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Se la dottrina New Age e le sue potenzialità erano stata monitorate così a lungo dall’esercito degli Stati Uniti negli anni Settanta da ispirare addirittura Hollywood nel film "L’uomo che fissava la capre" (come riassunto psichedelico di una nuova arma segreta da impiegare in ambito militare in Medio Oriente) oggi la meditazione viene annoverante seriamente, e senza alcun velo di mistero, come una nuova “arma” da impiegare sul campo di battaglia.

Il primo ad impiegare la “Mindfulness” come arma strategica è stato proprio il generale Walter Piatt, comandate delle forze di Coalizione in Iraq, che ogni mattina, prima di affrontare le più complesse operazioni belliche, usciva fuori dai sul quartier generale e “fissava” una palma. Una sessione di meditazione scandita da respiri profondi nel silenzio del deserto, poi l’inizio delle missioni che, secondo lui, avrebbero giovato di questa pratica mentale che deriva da una variante della meditazione orientale e infonde in chi la pratica maggiore concentrazione aiutandolo a focalizzarsi sull’obiettivo.

Anche se il beneficio non è scientificamente dimostrabile, la pratica sembra essersi diffusa in molte componenti dell’esercito americano e anche in quelle degli eserciti alleati. Come riportato dal New York Times, già lo scorso inverno i soldati di fanteria di stanza nelle Hawaii hanno iniziato a praticare la meditazione per migliorare le loro qualità nel tiro con i fucili d’assalto, per essere più sicuri di centrare l’obiettivo e non causare vittime collaterali quando sarebbero arrivati in prima linea. La stessa pratica è stata impiegata dalla Marina reale britannica, che ha utilizzato le tecniche di “mindfulness” per addestrare gli ufficiali al comando e lo stesso è valso per gli ufficiali “kiwi” della Nuova Zelanda.

Un report effettuato sull’adozione di questa pratica avrebbe dimostrato che “le truppe sottoposte a un regime di allenamento di un mese che includeva la pratica quotidiana nelle tecniche di respirazione consapevole e messa a fuoco, erano maggiormente in grado di discernere le informazioni chiave in circostanze caotiche”. I soldati hanno anche riferito di aver commesso “meno errori cognitivi” rispetto ai commilitoni che non hanno adottato questa tecnica.

Dato il successo della pratica Mindfulness , anche la Nato ha iniziato ad organizzare dei simposi dedicati all’introduzione di questa nuova arma strategica: per analizzare i benefici che la meditazione può portare nella vita dei militari che siano in prima linea o distanti dal fronte.

Secondo il generale Piatt, la pratica della meditazione soffre della visione stereotipata che la società, in vasta parte ancora distante da questo “genere di cose” , ne ha e che porta soprattutto i militari a giudicarla come una tecnica che “indebolisce” invece di massimizzare le facoltà del guerriero. Concetto che in parte si fonda su una tradizione secolare, se si considera che i Samurai, annoverati tra i guerrieri più letali della storia, praticavano regolarmente la meditazione Zen.

Fonte: http://www.occhidellaguerra.it

 


 

 

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