Il giorno dell’Epifania è entrato in vigore il primo vero e proprio embargo americano sulle tecnologie di intelligenza artificiale. Il rischio di cedere tecnologie che potrebbero compromettere la supremazia militare statunitense è stato giudicato non più sostenibile. Anche se questa scelta si traduce in una perdita di milioni di dollari per la economia americana.

Il nuovo provvedimento restrittivo giunge dopo una serie di iniziative della Casa Bianca, avviate a partire dal 2018, che si sono evidentemente rivelate troppo inefficaci. Limitare gli investimenti cinesi in aziende della Silicon Valley non basta più, così come criticare aspramente le collaborazioni tra centri di ricerca stranieri e industrie USA specializzate nello sviluppo di AI, oppure escludere dalla lista dei clienti le big corporate cinesi specializzate in sistemi di sorveglianza. E Trump, probabilmente stimolato dal Pentagono (e non solo), ha accelerato lo stop.

Quindi, ecco entrare in vigore nuove e stringenti normative per regolamentare l’esportazione delle tecnologie ritenute “sensibili per ragioni economiche e di sicurezza”.

Restrizioni che ora valgono per tutti i Paesi, anche quelli alleati, con la sola esclusione del Canada. Per ora, la direttiva si concentra sull’export dei software geospaziali, algoritmi capaci di identificare e classificare oggetti all’interno di immagini. Si tratta di applicazioni ampiamente utilizzate da molto tempo in ambito civile, ma con un’evidente valenza anche militare.

Non è un azzardo immaginare che presto l’editto si estenderà ad altre tecnologie di intelligenza artificiale, anche in considerazione del fatto che esiste una forte spinta politica bipartisan per imporre regole ancora più rigide.

Pertanto, come già accade per alcune tecnologie o prodotti (ad esempio gli armamenti), l’azienda americana che vorrà vendere a un cliente straniero dovrà sottoporre prima la richiesta alle autorità statunitensi (nello specifico il Bureau of Industry and Security) che, solo dopo gli accertamenti del caso, potranno concedere una particolare licenza di commercializzazione.

Questa iniziativa, di fatto, delinea chiaramente la strategia americana di fare rientrare molto rapidamente le tecnologie di AI nell’ambito dei prodotti “dual use”, quelli originariamente sviluppati per uso civile ma con possibili applicazioni militari, così da controllarne la distribuzione.

L’impatto economico potrebbe essere notevole anche se non esattamente stimabile. Il concetto di Artificial Intelligence è ancora molto vago ed i vari analisti di mercato lo affrontano con criteri diversi.

Vale la pena comunque soffermarsi su qualche numero, come ad esempio quelli forniti da Forrester che stima il valore 2020 del mercato del “Cognitive computing technologies” in 1,2 trilioni di dollari. Una cifra monstre che vede le aziende big tech della Silicon Valley protagoniste assolute.

Tralasciando per un attimo i numeri, il potenziale allargamento della limitazione dell’export di tecnologie di AI avrà effetti pesanti. Da un lato, certamente ridurrà le capacità di difesa militare di molti paesi, ora limitati nell’acquisto di queste tecnologie americani.

D’altra parte, si aprirebbero però nuove opportunità di mercato per le aziende europee del settore. Opportunità che, per essere sfruttate appieno, necessiterebbero di coraggiose iniziative di formazione (chi vi scrive, da sempre suggerisce l’inserimento del coding tra le materie obbligatorie per educare al pensiero computazionale) a partire dalle scuole medie e di politiche industriali adeguate (i finanziamenti per fare nascere le start up non bastano, serve supportarle nella crescita).

In definitiva, nonostante qualche lodevole sforzo, l’Unione Europea rimane ancora tremendamente arretrata rispetto alle iniziative messe in campo da Cina e Stati Uniti per favorire lo sviluppo in questo settore. Eppure, dovrebbe essere oramai abbastanza chiaro, la capacità di produrre tecnologie di intelligenza artificiale si traduce non solo in in maggiore sicurezza nazionale, ma anche in benessere economico.  Si pensi infatti che secondo un dato citato da Bloomberg, il solo valore del mercato “Global Military AI and Cybernetics” raggiugerà infatti i 13 miliardi di dollari entro il 2024.

La crescente domanda di tecnologie di AI anche in questo campo trova infatti giustificazione in numerose attività che spaziano dalla raccolta dati a fini di intelligence, al supporto nella gestione dei sistemi di arma fino ad arrivare ai soldati cyborg ed ai robot. Ambiti in cui le aziende italiane hanno già dimostrato di potersela giocare anche con i grandi player mondiali del settore.

Fonte: https://www.analisidifesa.it

 

 

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