Fin dagli albori dell’esplorazione spaziale è noto che l’esposizione a radiazioni cosmiche può avere impatti negativi sulla salute degli astronauti, e in particolare sullo sviluppo del cancro. Al fine di ridurre la percentuale di rischio cui sono soggetti i suoi astronauti e coerentemente con quanto prescritto dalla legge federale Occupational Safety and Health Act, la NASA conduce da sempre degli studi per determinare quali effetti producono le radiazioni sui soggetti esposti.

 

 

In particolare, grazie ai suoi studi l’agenzia americana stabilisce il numero di giorni massimo che gli astronauti possono spendere nello spazio. La NASA limita la dose di esposizione degli astronauti ad un livello che non permetta di aumentare il rischio di sviluppo di cancro a più del 3%. Il modello utilizzato per calcolare arrivare il fattore di pericolo è l’NSCR 2012 ed è basato su 3 variabili: il sesso dell’astronauta, l’età al momento dell’esposizione e se il soggetto è fumatore o no (presumibilmente no).

Tuttavia l‘NSCR 2012 è molto criticato dagli esperti, soprattutto perché percepito limitato nel prevenire le conseguenze dell’esposizione alla radiazioni su specifici soggetti. Per questo motivo i microbiologi statunitensi Paul Locke e Michael Weil (il primo è direttore del Program in Environmental Health Sciences, il secondo lavora presso il Cancer Center dell’Università del Colorado) hanno recentemente pubblicato uno studio su Frontiers in Onclology in cui vengono proposti alcuni metodi alternativi che possano rendere le proiezioni sugli effetti dell’esposizione alle radiazioni più accurate e personalizzate per ogni astronauta.

Dei quattro metodi proposti, uno si basa sull’analisi della storia clinica dell’individuo in questione e della sua famiglia, uno sulla presenza di mini tumori e cellule preneoplastiche, mentre gli altri due studiano la radiosensibilità attraverso esami genotipici e fenotipici.

Tutte queste soluzioni hanno però un limite comune: violano quanto sancito all’interno del GINA – the Genetic Information Nondiscrimination Act, legge federale statunitense che vieta in sede di assunzione la discriminazione dei candidati basandosi su informazioni genetiche.

Come ribadito dallo studio di Locke e Weil l’esposizione degli astronauti a radiazioni cosmiche può avere impatti molto negativi sulla loro salute e per questo è necessario aumentare i controlli e le analisi che la NASA compie sui suoi astronauti. La rilevanza del GINA è notevole nel prevenire discriminazioni in ambito lavorativo, ma nel caso specifico la sua portata rischia di essere negativa, limitando l’implementazione di controlli che possono garantire la salute degli astronauti. Come viene menzionato nello studio, un possibile escamotage al GINA è attuare tutte le misure previste dopo il rientro degli astronauti, così da garantire le cure necessarie. Questa misura ex post rischia però di essere tardiva.

In ogni caso, anche se la NASA decida di implementare le misure proposte da Locke e Weil è sicuro che nel breve periodo dovrà affrontare il problema dell’esposizione dei suoi astronauti alle radiazioni cosmiche, soprattutto in previsione di un viaggio verso Marte, che li sottoporrà ad un’esposizione più prolungata, e quindi più nociva.

Fonte: http://www.flyorbitnews.it


 

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