Ricostruzione artistica della sonda NASA Europa Clipper, che partirà nel 2022 verso la luna gioviana; Credits: JPL.

 

Steve Chien e Kiri Wagstaff, due scienziati che lavorano al Jet Propulsion Laboratory della NASA, hanno scritto un articolo per la rivista Science Robotics dove ritengono che in futuro sarà necessario equipaggiare le sonde con intelligenza artificiale affinché queste esplorino il Sistema Solare con autonomia senza dover comunicare con le basi terrestri.

Da quanto sostengono gli autori della pubblicazione, è vero che le missioni spaziali stanno ottenendo ampi e indiscutibili successi ma è anche vero che, tra non molto, quando l’uomo manderà le proprie sonde verso missioni sempre più lontane ai confini del Sistema Solare, servirà uno sforzo tecnologico più consistente.

In prima analisi, va considerato il fatto che i problemi da risolvere – soprattutto quelli dovuti agli imprevisti che capitano in tutte le missioni – si moltiplicheranno. In secondo luogo, più una sonda viene lanciata lontano, più tempo si ritroverà da sola, senza contatti con le stazioni di controllo sulla Terra. L’intelligenza artificiale garantirebbe alla sonda di fronteggiare gli imprevisti e imparare da ciò che gli accade intorno durante il viaggio, un po’ come farebbe un essere umano.

Ora, considerando che è inconcepibile una macchina pensante che possa sostituire una persona, si tratterebbe di fornire alle sonde quel tocco di intelligenza informatica che possa fare la differenza. Per esempio, nel caso di esplorazione di un pianeta, alcuni sistemi a bordo delle navicelle potrebbero consentire di distinguere tra una condizione meteorologica stabile e l’inizio di una tempesta, permettendo così alla sonda di allontanarsi dal pericolo imminente.

Un’altra possibilità è che la sonda possa cercare l’acqua in autonomia riconoscendo l’acqua liquida a distanza o comunque scegliendo da sola il luogo più sicuro e adatto dove condurre la sua ricerca.

«L’intelligenza artificiale consentirebbe agli scienziati di concentrarsi sull’analisi e le interpretazioni dei dati mentre le sonde robotiche continuerebbero la ricerca di cose interessanti», ha dichiarato Steve Chien.

 

Cose interessanti.

Ma come può, una sonda, riconoscere qualcosa di interessante? Un essere umano ci riesce perché sa distinguere tra una cosa normale e una nuova, strana, inusuale. Per una sonda robotica, si tratterebbe di conferirle un vago senso di ciò che è “normale” e di darle così anche la capacità di riconoscere qualcosa di diverso.

«Vorremmo che una sonda sapesse cosa aspettarsi e di conseguenza riconoscesse anche le cose differenti durante la sua osservazione», ha fatto eco a Chien il suo collega Kiri Wagstaff, che ha aggiunto: «Se abbiamo già un vasto bagaglio di conoscenze sull’ambiente da esplorare, possiamo costruire un modello di normalità in modo che il robot sappia che cosa dovrà aspettarsi di vedere. Ma per i nuovi ambienti, vogliamo permettere alla sonda di costruirsi un modello autonomo di normalità in base alle proprie osservazioni. Solo in questo modo una sonda potrà riconoscere delle sorprese che nemmeno noi possiamo prevedere».

Immaginiamo che la sonda intelligente si accorga di spruzzi di vapore sulla superficie di un mondo dotato di un oceano sotterraneo, come nel caso di Europa. Quelle eruzioni potrebbero essere qualcosa di nuovo e interessante da studiare. In tal caso la sonda sarebbe predisposta per ridefinire le priorità delle operazioni e iniziare a studiare il fenomeno «al volo», usando le stesse parole di Steve Chien.

Fonte: http://www.flyorbitnews.com

 


 

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