Illustrazione di un possibile avamposto Marte, stampato in 3D.



Con la Terra che rischia l’estinzione, l’idea di portare gli umani su Marte sta definitivamente uscendo dalla fantascienza. Non a caso Elon Musk, con il suo progetto SpaceX CEO intende creare delle colonie entro il 2024 dove, entro 100 anni, potrebbero vivere un milione di persone. La Nasa pianifica invece di mandare i primi esploratori nel 2030, per creare poi insediamenti.

Ma come sarà la nostra vita su un pianeta  dove c’è meno ossigeno, una minore gravità, e radiazioni molto pericolose?

Secondo Scott Solomon, un evoluzionista della Rice University di Houston (Usa), subiremo delle mutazioni che ci faranno evolvere e assumere altre forme. Con conseguenze che potrebbero portarci a separarci per sempre dai terrestri. Il nostro aspetto sarà diverso: saremo più tarchiati, non potremo fare a meno degli occhiali, il nostro sistema immunitario scomparirà.

La Nasa prevede parecchi rischi per le missioni marziane e considera le reazioni che potrebbero avere per il nostro corpo. Le raggruppa in cinque categorie.

La prima è relativa alla gravità.

Su Marte è circa un terzo di quella della Terra. Potrebbe essere piacevole sentirsi più leggeri e avere la sensazione di fluttuare. Ma ci sono degli effetti secondari non da poco. La nostra pressione sanguigna si abbassa e non riusciamo a inviare la corretta quantità di ossigeno al cervello. I muscoli e le ossa si indeboliscono, perché perdono minerali riducendo la loro densità dell’1 per cento al mese, perdiamo il senso dell’alto e basso, e spesso non sappiamo dove si trovano nello spazio le nostre gambe e le nostre braccia. Anche la pressione all’interno dei nostri occhi cambia, dando sensazioni di confusione. Inoltre se per caso si volesse tornare a casa, la transizione da una gravità all’altra scombinerebbe il nostro senso dell’orientamento, la coordinazione degli occhi, la nostra capacità di camminare.

 



La seconda e la terza categoria sono relative al senso di isolamento e al confinamento in spazi chiusi Siamo una specie sociale e abbiamo bisogno di sapere che c’è un’ampia rete attorno a noi, come dimostrano i social. Il nostro comportamento, in un posto dove siamo molti meno, si potrebbe dunque alterare. L’umore può peggiorare, ma anche la capacità morale e quella di avere relazioni interpersonali.  Le comunicazioni con parenti e amici che non ci hanno seguito nel viaggio, tra l’altro, non saranno facili. Per avere la risposta a un domanda saranno necessari venti minuti.

Un’altra categoria è infatti il problema della lontananza. Marte è il pianeta più vicino alla Terra,  ma sono pur sempre, quando è più vicino come nel luglio 2018, 57.590.630 chilometri. E sentirsi distanti crea un senso di straniamento.

Infine, ed è forse la categoria meno da sottovalutare, ci sono le radiazioni.

Il Mars Odyssey, la sonda che sta circolando a 3.800 chilometri di distanza dalla superficie marziana, ha scoperto che i livelli di raggi ultravioletti sono 2,5 volte più alti di quelli che colpiscono un’altro oggetto che ruota nello spazio: la Stazione spaziale internazionale.

Marte non ha una atmosfera, dunque la radiazione solare non viene assorbita da nessuna particella. E mentre sul nostro pianeta riceviamo 3 millisevert per anno, su Marte salgono a 30. Il che significa  che nel corso dei una vita si riceverebbero 5.000 volte più radiazioni.

Solomon ha fatto delle ipotesi precise su come gli umani potrebbero adattarsi alla marzianità. Ecco come potremmo diventare.

Nei primi secoli il nostro scheletro e i nostri muscoli si ridurrebbero progressivamente. Saremmo insomma più flaccidi, il che può creare complicazioni come disordini neurologici, soprattutto se ciò che si riduce è la scatola cranica. Ma più avanti nel tempo l’evoluzione potrebbe portarci a reagire, sviluppando corpi più tozzi ma più robusti, con ossa più dense. La nostra capacità visiva si accorcerebbe, perché vivendo in spazi confinati, e mancando panorami ricchi di dettagli, i nostri occhi si disabituerebbero a fare attenzione a immagini complesse.

Il colore della nostra pelle potrebbe essere un altro. Non bianco, non scuro, ma magari arancione, perché questo è il colore che protegge meglio dal sole. Forse i nostri polmoni diventerebbero capaci di usare l’ossigeno in modo più efficiente, come accade per gli abitanti degli altopiani tibetani (e ai nostri ‘cugini’ estinti Denisoviani). Capillari più densi e la capacità di dilatarli per ossigenare i muscoli potrebbe essere la soluzione. Il problema principale però sarà la perdita del sistema immunitario.

Essendo Marte ostile alla proliferazione di qualsiasi microrganismo, lentamente ma inesorabilmente perderemo la nostra capacità di difenderci. Il che potrebbe essere anche un vantaggio, perché non ci ammaleremmo, non fosse che isolerebbe la nostra nuova specie per sempre da quella originaria, proprio come è avvenuto nelle popolazioni animali e vegetali che hanno dato origine alla biodiversità. Dovremo quindi fare molta attenzione: a differenza di denisoviani, neandertal e sapiens, che facevano sesso senza problemi e generavano figli, incrociandosi, i ‘marziani’ non potranno accoppiarsi con gli umani. Per loro infatti potrebbe significare morire per infezioni che un tempo erano banali.

Le mutazioni potrebbero anche essere molto rapide proprio grazie all’alto livello di radiazioni, che modificheranno il nostro Dna a un ritmo accelerato. Nella nuova situazione il ritmo potrebbe essere 10 volte maggiore: se una mutazione dà il 50 per cento in più di possibilità di sopravvivere, gli individui che possiedono quei geni si riproducono più facilmente. Perché anche se la situazione può essere molto diversa e il nostro aspetto lontano da quello che abbiamo, come insegna la storia biologica, le regole fondamentali rimangono le stesse. Almeno quelle.

Fonte: https://it.businessinsider.com


 

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