Stampa

La difesa antimissile, una nuova sfida.

di Mattia Zuzzi (Per gentile concessione di RIVISTA MILITARE).



Poco tempo fa, davanti alla proiezione di un documentario bellico, riflettevo su come si dovessero sentire le centinaia di migliaia di londinesi che, nella seconda meta' del 1944, vivevano sotto la continua minaccia delle V2 tedesche, i famosi siluri volanti progettati pochi anni prima dall'ingegnere tedesco von Braun. Mi ritornavano poi in mente, con un salto cronologico di oltre 40 anni, i due palazzi di Dahrahn distrutti, durante un 1991 immerso nella Guerra del Golfo, da uno Scud iracheno, temibile missile balistico tattico di costruzione ex sovietica. La costruzione di una difesa antimissile credibile rappresenta oggigiorno una esigenza non piu' prorogabile da parte delle nazioni democratiche occidentali. I rischi diffusi, il riarmo di attori minori sulla scena internazionale tramite vettori sempre piu' avanzati, l'innalzamento della tensione in aree delicate quali il Medio Oriente ed il Nordafrica, hanno dimostrato come i tempi siano oramai maturi per scelte ponderate ma convinte in ambito Alleato, Comunitario e Nazionale. Perche' allora non sviluppare questo settore nuovo,non fornire una risposta chiara e risoluta ad una necessita' reale; perche' non proiettarsi in una nuova, affascinante e stimolante dimensione. Una vera e propria nicchia, un campo su cui intervenire nel quadro della sicurezza NATO, della Difesa Comune Europea delineata dagli accordi di Petersberg e dell'impegno italiano nella creazione dell'HRF (ARRC 2).

 



LA STORIA.

L'evoluzione storica della difesa antimissile ha subito, in quasi sessant'anni, un'ascesa rapidissima. Le origini dei programmi risalgono alla fine della II Guerra mondiale quando sulle citta' inglesi imperversava l'incubo delle V1 e V2 naziste. Il regime di Berlino aveva inoltre gia' allo studio un vettore offensivo che sarebbe stato in grado di raggiungere New York nei primi mesi del 1946, se il conflitto fosse continuato. A quel tempo, date le velocita' e le quote raggiunte dai siluri volanti tedeschi, fu praticamente impossibile sviluppare una valida e attiva azione di contrasto:i morti furono 6800 e piu' di 18000 i feriti. Al termine del conflitto mondiale entrambe le superpotenze iniziarono a sviluppare autonomamente studi ed esperimenti di intercettori capaci di distruggere missili balistici di varie gittate. Gli USA, fin dal 1946, promossero in parallelo i progetti Thumper e Wizard con la prospettiva a lungo termine di una difesa tattica e strategica. L'utilizzo dello strumento informatico per le simulazioni di intercetto, la sempre piu' scientifica certezza della Bell Laboratories di poter "colpire un missile con un'altro missile", nonche' la ferma coscienza della necessita' di uno sviluppo autonomo della componente "Anti-ballistic Missile", portarono ai primi successi. Nel 1958 tutti i progetti si integrarono nel sistema dello U.S. Army "Nike Zeus" (divenuto poi Nike "Hercules"): quest'ultimo, nel luglio 1962, montando una testata di guerra nucleare, intercetto' sull'Oceano Pacifico un missile balistico Atlas da esercitazione. Pochi mesi dopo l'intercetto sullo stesso vettore miglioro' sensibilmente la precisione. L'URSS intanto, tra il 1953, anno dell'approvazione da parte del Soviet Supremo ed il 1966, sviluppo' e dispiego' il sistema antimissile Galosh, forte di una serie di sperimentazioni talmente riuscite da far preoccupare l'allora Segretario di Stato americano Mc Namara. Alla fine degli anni 60 l'allora Presidente Johnson decise di schierare il nuovissimo sistema Sentinel, forte di due intercettori a testata nucleare, lo Spartan, esoatmosferico contro vettori strategici e lo Sprint, endoatmosferico contro missili balistici tattici. Questa iniziativa rispondeva alla sperimentazione che la Repubblica popolare cinese stava effettuando nel campo dei vettori intercontinentali a bassa tecnologia.

Nixon invece, in seguito alla politica di distensione con il "gigante cinese", ridisegno' il programma battezzandolo Safeguard, indirizzandolo alla sola protezione da eventuali attacchi sovietici. I primi anni 70 portarono alla firma del trattato ABM, con cui le superpotenze si impegnavano a limitare a due (due anni dopo a uno) i siti operativi: uno a protezione delle proprie rampe di lancio strategiche, l'altro a difendere le rispettive capitali con i centri nevralgici e vitali di comando e controllo della Nazione. Alcuni problemi tecnici connessi con le testate nucleari e la facile vulnerabilita' dei radar, oltre che la necessita' di tenere coperto un comparto cosi' delicato ed importante per gli interessi nazionali, spinsero il palazzo americano a proseguire le ricerche e lo sviluppo. Fino alla meta' degli anni 80 i progetti che si susseguirono furono caratterizzati dal tentativo di creare un vettore estremamente preciso: l'impatto diretto contro il missile balistico avrebbe infatti permesso di abbandonare la testata di guerra nucleare in favore di una convenzionale. Fu pero' con l'amministrazione Reagan che il progetto di difesa antimissile subi' una brusca accelerazione e divenne uno dei punti di forza della presidenza repubblicana; fu subito battezzata come corsa alle fatidiche "guerre stellari": studi e commissioni si successero a ritmi vertiginosi, furono stilati rapporti e lavori programmatici, calcolati bilanci e costi, fino alla creazione, il 23 marzo 1983, della Strategic Defense Initiative Organization come forma alternativa di deterrenza da un conflitto nucleare allargato. La SDIO, diretta da un generale a tre stelle, dipendeva direttamente dal Segretario della Difesa. Gia' nel 1984 furono lanciati dal poligono di Kwajalein i primi intercettori con spoletta a impatto che, con discreto successo, distrussero i bersagli rispettivamente assegnati.

 

 

Nel frattempo anche l'Unione Sovietica sviluppa programmi interessanti. I piu' significativi sono i sistemi SA 10 (S300) ed SA 12 (S400), indicati cosi' dalla denominazione NATO e poi ricordati con i nomi "Giant" e "Gladiator". Li differenzia sostanzialmente la portata utile, rispettivamente 250 e 400 km, nonche' l'utilizzo, principalmente tattico per il Giant, strategico per il Gladiator (capace di intercettare missili da crociera US Cruise).

E' bene tener presente, nella presentazione dei due principali attori del tempo, anche le scelte dottrinali che caratterizzarono USA e URSS tra gli anni 70 e 80. Ufficialmente entrambi i contendenti sposavano la dottrina del "no first use", secondo la quale una nazione non utilizza per prima l'arma nucleare. In verità' l'Unione Sovietica aveva fatto propria una scelta sostanzialmente offensiva; a meta' degli anni '70 infatti era in auge, nei buro militari russi, il concetto del "first practice" o "first strike" (primo colpo), secondo il quale chi avesse colpito per primo il nemico con l'arma nucleare avrebbe vinto necessariamente il conflitto. La seconda metà' degli anni 80 e' caratterizzata dai summit tra le due superpotenze sulla riduzione dello strumento bellico nucleare. Il dialogo vede però come punto nodale anche lo sviluppo dei sistemi antimissile, fondamentali nell'ottica della strategia del primo colpo (first strike ndr): i tentativi di Gorbaciov di proporre accordi sulla limitazione dei programmi SDIO furono rifiutati da Reagan, che invece avviò' l'architettura di una difesa antimissile di teatro, siglando i primi contratti con industrie europee e nordamericane. Nel novembre del 1987 un Patriot PAC-2 intercettò' un vettore da esercitazione che simulava il volo di un missile balistico sovietico SS-23.

 

 

A causa di questi sviluppi, la dottrina sovietica, sempre caratterizzata in senso offensivo, si diresse verso l'organizzazione di gruppi operativi corazzati di manovra (organicamente corpi d'armata, ndr) dotati di due Reggimenti elicotteri d'attacco, che avrebbero dovuto penetrare nel cuore nevralgico della controparte e fermarsi una volta ultimata la missione. Due di questi gruppi (detti GOM) erano indirizzati al settore centrale dell'Europa per penetrare l'allora Repubblica Federale Tedesca, uno al settore meridionale, rappresentato dall'Italia. Padre di questa dottrina fu il Maresciallo Ogarkov. L'impegno americano, presto rivelatosi faraonico in termini di carico finanziario, non produsse concretamente il sistema integrato che si era prefisso come meta, pur provocando, nella rincorsa tra le superpotenze, l'innalzo della spesa per la difesa russa ed il successivo tracollo economico sovietico: si calcolo' infatti che la spesa militare rappresentava per gli USA il 20% del gigantesco PIL, per gli URSS circa il 35%.

La vittoria americana nella Guerra Fredda si gioco' proprio sulla organizzazione difensiva americana, alla quale l'Unione Sovietica ormai in crisi economica e politica non seppe mai contrapporre una valida alternativa: la strategia del primo colpo, oramai non piu' futuribile come sorpresa o vantaggio, si schiantava contro lo scudo americano, che avrebbe reso gli USA inattaccabili e pronti, senza alcun danno subito, a sferrare un attacco nucleare massiccio contro il territorio dell'URSS. Gli anni dell'amministrazione Bush furono caratterizzati da una certa continuita' con la politica di Reagan, ma anche per due novità di rilievo: lo studio di un sistema ABM di teatro e la Guerra del Golfo, in cui le unita' antimissile ebbero il loro battesimo operativo reale. Alle 4:28 AM locali del 18 gennaio 1991, in una base aerea saudita, il Tenente Charles McMurtrey diede l'ordine di lancio di un missile Patriot contro uno Scud iracheno. "E' iniziata l'era delle Guerre Stellari" titolo' il Los Angeles Times. Da quel momento prese il via anche il dibattito sull'effettiva capacità antimissile dei sistemi in uso e soprattutto sul mutato scenario TBM: limitato (Global Protection Against Limited Strikes ndr) e non più massiccio, esteso e non piu' localizzato, imprevedibile, con ridottissimi tempi di reazione. Da qui la necessita' di non poter commettere errori su un solo colpo ed il conio della famosa frase: "one shot one kill". Il 25 febbraio del 1991 gli USA piansero i primi caduti di un attacco missilistico della loro storia recente: 28 militari morti sotto le macerie di un palazzo colpito da uno Scud iracheno sfuggito alla difesa Patriot. Questo accadimento ebbe larga eco nell'opinione pubblica in patria e servì a dare una accelerata al programma di difesa del teatro operativo: vedeva cosi' la luce il sistema THAAD (Theater High Altitude Air Defense), sviluppato poi con successo negli anni a seguire. Anche la difesa nazionale americana prese un canale esclusivo: la National Missile Defense (NMD, ndr).

 

 

Le due esigenze, nazionale e di teatro, si fusero nella Ballistic Missile Defense Organisation (BMDO, ndr). I primi anni 90 vedono l'ulteriore sviluppo, in casa USA, del missile ERINT(con nuove intercettazioni su vettori balistici), del software PAC-3 versione aggiornata del PAC-2 e dello Standard Block 2, versione navale di teatro. Vengono inoltre adottati dei nuovi link (16 e 11) idonei a far integrare diversi sistemi ABM tra loro e a far colloquiare i partner alleati. Israele intanto sviluppa il sistema Arrow per rimpiazzare l'Hawk: quest'ultimo aveva ben figurato durante il conflitto del Golfo, riuscendo ad intercettare anche alcuni Scud-B. La seconda metà degli anni 90 viene ricordata, oltre che per la scarsa propensione dell'amministrazione Clinton ai progetti ABM, anche per una escalation della minaccia missilistica, soprattutto in termini di estensione: lo Scud precipitato a Sanaa, capitale dello Yemen del nord, i lanci di missili cinesi nei pressi delle acque territoriali di Taiwan, il riarmo di Iran e Pakistan, il sorvolo del Giappone da parte di un missile spaziale nordcoreano, convertibile in TBM, i lanci di prova russi del missile balistico Topol SS-27.Sono inoltre da ricordare gli esperimenti USA (detti Integrated Flight Test) di acquisizione bersagli da parte di sensori infrarossi della NMD e dell'intercettore GBI (Ground Based Interceptor), elementi del programma di difesa nazionale; i lanci dapprima falliti poi via via piu' precisi del THAAD hanno permesso di raggiungere, tra il settimo ed il dodicesimo intervento, la piena operatività già alla fine del 1999. Gli ultimi test sul PAC-3 e sull'intercettore nazionale americano hanno fatto da sfondo alla ratifica, da parte della Duma russa, del trattato Start II di non proliferazione delle armi strategiche e non convenzionali. Il dibattito, sviluppatosi anche in seno alla PESC comunitaria, ha avuto larga eco ed ha dato l'incipit allo sviluppo di programmi e studi. Ma qual’è oggigiorno l'entità del pericolo? Come possiamo quantificare e qualificare le possibili offese? Urge uno studio approfondito della realtà e soprattutto una valutazione seria….

 

LA MINACCIA.

L'analisi della minaccia e' la base di partenza di ogni studio bellico difensivo. Per analizzare bisogna pero' conoscere, essere informati sull'attivita' di possibile offesa. Conoscere significa sapere e sapere significa anche saper rispondere in modo tempestivo e adeguato. I vettori offensivi devono essere distinti in due categorie principali: missili balistici tattici (TBM) e missili balistici strategici (ICBM, intercontinentali). Il criterio di discriminazione e' rappresentato dalla portata massima, rispettivamente fino a 3000 km circa e oltre i 3000 km. All'esterno dell'organizzazione atlantica sono ormai una trentina le nazioni in grado di porre una minaccia di vettori balistici con portate comprese tra i 400 ed i 3000 km. Alcune di esse sono attrici dell'area mediterranea cosi' come altre potrebbero interessare questo bacino con il proprio braccio a medio e lungo raggio. Entro il 2020, secondo una stima della Defense Intelligence Agency americana, il loro numero potrebbe aumentare anche di cinque volte.Lo scenario delineato il 7 febbraio 2001 da George J. Tenet, direttore della CIA ("Worldwide Threat 2001: National Security in changing world") e' sicuramente pessimistico: accanto all'usuale minaccia rappresentata dalla forza missilistica nucleare russa e cinese (vd. tabelle 1 e 2), comunque controllabile con lo strumento diplomatico, si aggiunge una proliferazione mondiale dello strumento TBM degna di riflessione approfondita. Entro qualche anno le maggiori citta' occidentali si troveranno nel raggio di azione delle rampe di lancio di nazioni come la Corea del Nord, l'Iran, l'Irak, cosi' come attori nordafricani e mediorientali. Questi paesi sono e saranno in possesso di arsenali limitatamente dotati, con vettori di ridotta precisione ma in grado di trasportare testate NBC a centinaia di km di distanza. Questi prodotti sono principalmente frutto dello sviluppo industriale bellico internale, spesso però dipendono da interventi di nazioni esterne gia' in possesso di know-how adeguato, come Russia e Cina.

Il rischio che ci si presenta e' di una minaccia diffusa, imprevedibile e poco controllabile con strumenti diplomatici. Washington ha inoltre stilato un elenco delle "rogue nations" (nazioni inaffidabili), qualifica data ad alcuni dei paesi dotati di capacità missilistiche. Da chi dobbiamo quindi guardarci? A chi dobbiamo riservare una maggiore attenzione? La Corea del Nord, oltre alla dotazione ormai conosciuta di missili Scud C e No Dong, forti di portate comprese tra i 750 ed i 1500 chilometri, con i quali puo' recare una offensiva diretta alla Corea del sud, al Giappone ed a tutte le basi alleate presenti nell'Estremo Oriente asiatico, sta sviluppando un nuovo vettore; si tratta del Taepo Dong 1, ufficializzato come lanciatore spaziale, ma sicuramente in grado di portare una testata batteriologica o chimica ad alcune migliaia di km, pur con ridotta precisione. L'Irak, in possesso dello Scud B, continua le ricerche in vista di un vettore balistico con alcune migliaia di km di portata; l'Iran ha invece gia' sperimentato nel luglio 1998 lo Shahab-3, missile balistico a medio raggio accreditato di 800-900 miglia di portata, sufficienti a raggiungere Israele, Arabia Saudita, Turchia ed altri paesi mediorientali. Sono inoltre in progetto le versioni 4 e 5 che, pur ufficialmente presentate come lanciatori spaziali di satelliti, potrebbero avere implicazioni ICBM a lungo raggio nei prossimi anni. L'area del Golfo Persico si presenta quanto mai delicata, soprattutto in considerazione della proliferazione TBM che diminuisce le possibilita' di deterrenza degli USA in quella regione. La situazione e' critica anche sullo scenario del conflitto latente tra India e Pakistan. Quest'ultimo, potendo contare su aiuti e tecnologia cinesi, ha sviluppato una versione a corto raggio Shaheen I (600 km) e due versioni del potente missile balistico Ghauri: la prima, sperimentata nell'aprile del 1998, forte di 950 miglia di portata con testata nucleare, la seconda, di un anno piu' recente, con un braccio piu' esteso di 300 km ed un ordigno nucleare montabile di 2200 libbre.

Il Pakistan, data la propria inferiorita' convenzionale, ha sviluppato la dottrina del "primo impiego", cioe' colpire per primo. L'India a sua volta, l'11 aprile 1999 testava in volo il prototipo dell'Agni II, vettore balistico dotato di oltre 2000 km di portata, caricabile con testa di guerra nucleare. L'impiego dottrinale poggia in questo caso sui due pilastri del "no first use" e della dissuasione credibile. L'ipotesi di un conflitto convenzionale e non nella regione ci proietta in una situazione nella quale verrebbero risucchiate nazioni arabe con una estensione a tutto il teatro mediorientale. Le conseguenze sul piano internazionale sarebbero catastrofiche.

Portandoci nel teatro di interesse nazionale italiano, quello mediterraneo per l'appunto, ci sono nazioni capaci di offrire una minaccia balistica sia dal Medio Oriente, sia dal Nordafrica. Da entrambe le macroaree c'e' gia' la possibilita' di offendere le nazioni limitrofe ed in prospettiva potra' essere allargato il settore eventuale di intervento. Damasco sta approvigionando dalla Corea del Nord lo Scud-D, versione equivalente al No-Dong asiatico, dotato di 1500 km di portata con una testata di circa una tonnellata: lanciabile da veicolo mobile, lo Scud D potrebbe raggiungere nazioni come la Turchia, la Grecia, Israele o l'Iran. Nei prossimi anni non sono da escludere ulteriori sviluppi, tali da rendere la minaccia estesa a tutto il bacino del mediterraneo. Piu' vicino geograficamente al nostro paese e' il settore nordafricano, dove da anni sono presenti Scud-B con 600 km di portata, famosi per essere stati lanciati contro Lampedusa ai tempi della crisi libica nel 1985. Paesi nordafricani sono ultimamente accreditati del possesso di No Dong coreani con 1500 km di portata, nonche' della collaborazione con l'India per l'importazione di programmi e tecnologie del vettore balistico Agni II, lanciabile a oltre 2000 km di distanza. L'Italia, pur nel raggio d'azione delle rampe di lancio di queste nazioni mediterranee, non ha attualmente un sistema di difesa antimissile a protezione del territorio. Che fare quindi? E cosa accadrebbe nel caso in cui dovessimo proiettare le nostre truppe al di fuori dei confini nazionali, in un'area ad alta minaccia TBM? Guardarsi attorno, molte volte puo' essere di grande aiuto. Come sono organizzati i nostri partner del Patto Atlantico ed altri attori allineati all'Occidente? Che programmi stanno perseguendo gli USA?

 

 

LA RISPOSTA.

Iniziare dagli USA, all'avanguardia nella ricerca e sperimentazione antimissile, e' una necessita' oltre che un obbligo di fatto. La Ballistic Missile Defence Organization (BMDO) e' la struttura che coordina i programmi di tutte le forze armate americane in tema ABM, una sorta di architettura di rete interforze con un sistema C4I (comando, controllo, comunicazioni, calcolo e informazioni). Fanno quindi capo ad essa i settori preposti di U.S. Army, Navy, Air Force e Marine Corps. Il filo conduttore di questo ente, delineato a livello politico-internazionale e militare dall'Amministrazione di maggioranza del Paese, e' il tentativo di gestire in modo centralizzato ma globale la minaccia fornendo una copertura complessiva al territorio nazionale, all'area di interesse, agli Alleati (in eventuali operazioni "art. 5 NATO"), nonche' alle "overseas forces", ovvero le truppe schierate in teatro operativo ("non art. 5"). Per assicurare queste esigenze la BMDO ha attuato due programmi, diversi nella forma e nella struttura, ma convergenti e complementari a livello dottrinale: la National Missile Defence, definito per la difesa del territorio nazionale e la Theater Missile Defence, strumento proiettabile a difesa del teatro operativo. La divisione nasce da un ragionamento territoriale; si divide la distanza ipotetica tra la Nazione ed il Teatro in tre zone di responsabilita': il territorio patrio, l'area intermedia e la "forward zone", rappresentata dal luogo di intervento o presenza delle truppe. Il primo caso vede l'utilizzo di sensori, aree di lancio e vettori basati a terra nel territorio nazionale, nonche' di strumenti orbitanti nello spazio; la struttura, sostanzialmente statica, e' in grado pero' di intervenire a quote esoatmosferiche sfruttando per l'acquisizione ed il tracciamento strumenti satellitari o terrestri, per il lancio vettori tradizionali o laser, per il C3 un centro decisionale detto "Battle Management".

La finalità è una difesa strategica dei confini nazionali contro un attacco condotto con missili intercontinentali. Protagonista di questa zona e' l'Aeronautica Militare statunitense. L'area intermedia, posta sotto la responsabilita' della Marina, e' controllata da sensori e intercettori montati su apposite fregate lanciamissili: l'attivita' che si configura e' sostanzialmente navale, un filtro di mezza via tra il teatro operativo e la patria, una prima barriera antimissile balistico. La zona avanzata, quella cioe' di presenza delle truppe, necessita' di mezzi ad elevata mobilita' e rapido dispiegamento; a seconda della tipologia ambientale e territoriale del teatro i materiali utilizzati possono essere basati a terra (compartimenti e scenario continentale) o su piattaforma navale (scenario insulare). La finalita' e' quella appunto di difendere le Truppe Alleate da possibili minacce TBM nel teatro in cui stanno operando, in Area o fuori Area: l'intervento avrebbe quindi caratteristiche tattiche. In questo caso lo US Army, principale responsabile, si avvale anche dello strumento satellitare in link per l'acquisizione dei bersagli. Per le tre diverse esigenze ci sono programmi e sistemi d'arma avviati gia' da tempo ed oramai in dirittura d'arrivo per quanto riguarda l'immissione operativa. La NMD, come dicevamo, prevede l'integrazione di sistemi di avvistamento e tracciamento sia terrestri sia satellitari. E' intuibile pero' che lo strumento di acquisizione esoatmosferico rappresenti sempre il fattore piu' importante della difesa, in quanto e' il primo che localizza e permette di valutare la minaccia fino dai primi attimi della traiettoria balistica. L'utilizzo ampio dell'infrarosso per l'acquisizione e di un "Photonic Hit Indicator" per la valutazione dell'intervento, rendono il sistema tecnologicamente avanzatissimo. L'intercettamento, che avviene a velocita' prossime a 15000 miglia all'ora, e' condotto da un "Exoatmospheric Kill Vehicle" (EKV) che collide, senza esplodere, con il vettore balistico separando booster da testata: questi ultimi verrebbero bruciati dal contatto con l'atmosfera in modo tale che nulla possa raggiungere la terra.

Questi esperimenti, detti "Integrated Flight Test" (IFT), vengono condotti lanciando dalla AF base di Vandenberg, in California un ICBM con testata "dummy" (falsa), che deve essere intercettato da un EKV partito dal poligono di Kwajalein, nel Pacifico. Per l'area intermedia la US Navy utilizza il sistema "Navy Theater Wide TMBD" montato sugli incrociatori classe "Ticonderoga" ed i caccia "Arleigh Burke", dotati del vettore "Standard Missile (SM)-1 Block III-A e IV-A" e del potente radar SPY 1-D: quest'ultimo capace recentemente di seguire lanci di Scud siriani nel Mediterraneo e nel 1998 la traiettoria del Taepo Dong nordcoreano sul Giappone.Il discorso diventa molto piu' articolato per la "forward zone", rappresentata dal teatro operativo in cui sono presenti le truppe. La necessita' di dare una copertura totale e sicura alle "overseas forces" ha portato allo sviluppo del THAAD, e del Patriot PAC-2 e 3. Il THAAD e' un sistema di teatro esoatmosferico ("upper tier") a lungo raggio, l'unico in fase avanzata di sperimentazione, capace di intercettare in volo vettori balistici di corta, media e lunga portata. La doppia finalita' che persegue si traduce nella creazione di uno scudo protettivo sulle unita' schierate e nell'azione di deterrenza su eventuali nazioni che vogliano esercitare minaccia TBM come soluzione strategica. Il sistema e' formato da lanciatori verticali a 10 "canister"; il vettore a singolo stadio KKV, accreditato di oltre 200 km di portata e 150 km di altezza massima di intercettazione, del tipo "hit to kill" (collide con il bersaglio distruggendolo senza esplodere), con una velocita' di 3 km/sec; un radar per sorveglianza, tracking e controllo del fuoco; un BM-C3I che assicura anche il link con altri sistemi di difesa aerea.Tutte le componenti del sistema sono mobili ed aviotrasportabili. La scelta dell'intercetto per collisione corrisponde all'esigenza di evitare che l'eventuale testata nemica, se caricata con sostanze per distruzione di massa, disperda il suo carico nell'atmosfera.

In caso di volo esoatmosferico il carico si distruggerebbe per autocombustione al contatto con l'aria. A questo proposito e' inoltre fondamentale la capacita' del sistema di intercettare il vettore balistico ad una distanza elevata rispetto all'area di dispiegamento delle truppe, evitando quindi eventuale pericoloso fall-out di materiale residuo.

I sistemi Patriot PAC-2 e 3 hanno capacità di intercettare missili balistici a quote piu' basse, rientrano nell'inviluppo del THAAD, ne sono complementari e rappresentano una tipologia di intervento detta "lower tier". Quest'ultimo e' uno strato di difesa inferiore in cui devono essere intercettati i missili sfuggiti al primo livello e quelli tattici a corto e medio raggio (fino a 2000 km di portata con velocita' terminale di 3.5-4 km/sec), con traiettoria endoatmosferica. E' quindi una ulteriore copertura rispetto al livello "upper tier", costruita su aree di dimensioni inferiori (40-60 km di range): si viene cosi' a completare una "two tiers" (doppio strato) che ha ottime capacita' di non far passare alcun missile balistico. I due sistemi, dotati del doppio ruolo di difesa anti-aerea e anti-missile (detta "extended air defence"), differiscono principalmente per il vettore usato e per la capacita'. Infatti il missile MIM 104A originariamente montato sul PAC-2 era stato concepito per l'impiego strettamente controaerei e la testa di guerra era dotata di spoletta di prossimita': questa generava una rosa di schegge idonea alla neutralizzazione di un aereo ma non sempre sufficiente, durante la Guerra del Golfo, a distruggere ("weapon kill") o deviare ("mission kill") un missile balistico lento come lo Scud-B irakeno. Il PAC-3 monta invece il vettore ERINT ("Extended Range Interceptor"): piu' veloce, dotato di un maggior raggio d'azione, migliori possibilita' di manovra e sistema di guida piu' preciso, ha capacita' "hit to kill" (collisione) e quindi di "weapon kill" (distruzione del TBM).Gli altri due programmi a forte caratterizzazione statunitense sono il MEADS, sviluppato con Germania e Italia, e l'Arrow israeliano.

Il primo, sigla di "Medium Extended Air Defence System" ma inizialmente chiamato "Corps SAM", rappresenta un consorzio tra Italia (Alenia Difesa), Germania (DASA-LFK) e USA (Raytheon-Lockeed Martin). Nasce dall'esigenza di creare una alternativa al sistema IHAWK per la difesa aerea estesa d'area. In grado di poter intervenire contro velivoli pilotati o vettori balistici tattici, il Meads e' l'anello di congiunzione, nella copertura aerea del teatro operativo, tra gli SHORAD ed i sistemi utilizzati alle alte e altissime quote come il PAC-3 o il Thaad. Dotato di lanciatori verticali ("canister") e di radar tridimensionale a 360 gradi, possiede nella estrema mobilita' la sua caratteristica principale: la flessibilita' di impiego gli permetterebbe quindi di seguire attivamente il movimento delle truppe sul campo di battaglia, assicurando rischieramenti rapidi e aderenti.L'Arrow e' il sistema antimissile endoatmosferico di teatro sviluppato da USA e Israele per la protezione dello stato ebraico da eventuali attacchi TBM. La proliferazione della minaccia nella zona predetta ha comportato un notevole apporto di capitali americani ed una accelerazione del programma, iniziato al termine della Guerra del Golfo. Lo stato della "stella di David" dovrebbe cosi' acquisire una relativa autonomia nella difesa ABM, grazie ad uno strumento, l'Arrow, con capacita' di difesa migliori del PAC-3.Entro il 2002 il sistema sara' dichiarato pienamente operativo ed andra' ad armare inizialmente tre batterie antimissile, di cui una a presidio dei cieli di Tel Aviv. Un ulteriore sistema israeliano e' il Thel ("Tactical High Energy Laser"), un cannone laser che rappresenterebbe la difesa contro i razzi campali Katiuscya spesso lanciati dal Libano meridionale contro la Galilea. Arrow, Thel ed alcune batterie PAC-3 formeranno la "Homa" (barriera), la difesa antibalistica dello Stato Ebraico.L'Europa nel frattempo non rimane inattiva sul fronte dei programmi della "extended air defence". La punta di diamante e' rappresentata dal sistema italo-francese SAMP-T (Surface-Air Moyenne Portée), sviluppato dal consorzio Eurosam (Alenia Difesa, Aérospatiale e Thompson-CSF), previsto nella sua piena operativita' tra il 2007 ed il 2010.

Dotato di discrete capacita' di acquisizione ed intervento (60 e 45 km rispettivamente), la batteria SAMP-T e' formata da un radar tridimensionale Arabel che gestisce le funzioni di acquisizione e tracking, una centrale di controllo con consolle "Magic 2" a schermo piatto e quattro lanciatori a otto celle verticali. Tutti gli apparati sono montati su autocarri Astra e godono di autonomia nell'alimentazione (gruppi elettrogeni a bordo del mezzo). I collegamenti sono in fibra ottica o via etere: quest'ultima caratteristica permette ai lanciatori di essere dislocati ad un massimo di 5 km dalla centrale di batteria. Il sistema puo' processare oltre mille bersagli e gestire contemporaneamente 16 missili in volo. Il vettore utilizzato e' l'Aster 30, a due stadi, capace di coprire 1km e mezzo al secondo e di colpire bersagli anche a quote bassissime: testato nella sua versione navale riusci' a neutralizzare un Exocet antinave a 3 metri sul livello del mare.

Le prestazioni contrattuali prevedono la sopravvivenza in caso di attacco missilistico di saturazione ed un elevato tasso di attrito su raid aerei multipli. Le capacita' antibalistiche dell'aggiornamento "Block 1" mettono in condizione l'Aster di intercettare vettori campali classe Scud: il Block 2 invece rendera' possibile l'intervento su missili con portata superiore ai 1000 km. Il neo principale e' forse rappresentato dalla non ancora ottimale distanza di acquisizione e tracking: un loro aumento sensibile farebbe figurare il sistema tra i primissimi nel panorama mondiale. L'Italia, prevedendo di acquisire un totale di sei batterie SAMP-T per un costo complessivo di 3000 miliardi, sta puntando tutti i suoi sforzi nella riuscita del progetto, ormai gia' in fase avanzata di industrializzazione. Ma quale futuro attende le unita' SAM antimissile? Che impiego potrebbero avere nel nuovo scenario internazionale? Quale valenza operativa?



L'IMPIEGO.

Come abbiamo potuto notare la funzione antimissile riguarda, con apporti differenti a seconda della missione istituzionale, tutte le tre principali Forze Armate di un Paese. Un tale progetto di difesa non puo' prescindere quindi da una forte caratterizzazione interforze. In questo articolo viene posta particolare evidenza ai sistemi che, permettendo la copertura areale ed aderente delle truppe schierate sul terreno o di aree sensibili, potrebbero interessare sopratutto l'Esercito. L'intervento antimissile infatti, data la sua peculiarita', rappresenterebbe una delle possibili missioni delle unita' SAM.

La divisione classica tra "war ops" e "other than war ops", che influenza le scelte dottrinali e di impiego di tutte le armi, va rivista e organizzata in termini diversi se si parla di ABM. Il punto focale e' qui rappresentato dalla possibilita' di una difesa del territorio nazionale o del teatro operativo estero in cui operano le nostre forze. Su questa considerazione dobbiamo costruire anche il nostro studio di gestibilita', fattibilita' e caratteristiche dello strumento. A fattor comune, in considerazione della proliferazione della minaccia e delle possibilita' finanziarie, l'esigenza di uno strumento di natura tattica utile ad intercettare vettori di portate a medio e corto raggio assume un significato ed un realismo maggiore rispetto ad una scelta strategica contro vettori intercontinentali, proponibile solo di concerto con tutti i partners alleati. Una difesa nazionale pero' non puo' prescindere da un impegno forte a livello Unione Europea che permetta l'integrazione di sistemi endoatmosferici con un programma comune NATO gestito con gli USA e finalizzato ad una copertura del territorio europeo. Il SAMP-T e' un iniziale programma di teatro che deve integrarsi con qualcosa che interviene e vede ancora piu' lontano. Un sistema ABM inoltre, pur se di teatro, potendo intervenire su testate che possono rivelarsi NBC, deve avere una capacita' di avvistamento che superi i 100 km e portate comprese tra i 60 ed i 90 km: solo cosi' potremmo fermare ad una distanza di sicurezza utile un vettore che, esplodendo troppo vicino a centri abitati, nodi logistici, aree sensibili, truppe schierate o stanziali, provocherebbe un dannosissimo fall-out.

La testata andrebbe inoltre neutralizzata dividendola dal "sustainer" e facendola quindi cadere per gravita' (versione particolare dell' hit to kill con precisione elevatissima), oppure rendendolo materiale combusto nell'atmosfera durante l'esplosione del SAM. Ulteriore caratteristica del sistema dovrebbe essere la possibilita' di integrazione con tutte le agenzie operanti nello spazio aereo, trattandosi di un "extended air defence", per una attivita' di comando e controllo precisa e puntuale. Infine la mobilita', la rapidita' di rischieramento su una qualsivoglia area del territorio nazionale, con tempi di reazione e ripresa di operativita' ridottissimi.

Il mutato scenario geopolitico ha visto negli ultimi anni la proiezione all'estero di contingenti sempre piu' numerosi, multinazionali ed importanti per il ritorno della pace in aree prima martoriate da eventi bellici tragici. La necessita' di dare una copertura ABM a queste "overseas forces" quasi mai e' stata affrontata con il dovuto rigore. Su quali basi costruire quindi un documento dottrinale completo, una guida che possa diventare faro per le future scelte? Innanzitutto il teatro operativo deve essere difeso in modo unitario da un sistema in grado di intervenire a quote esoatmosferiche: una vera e propria copertura del Corpo d'Armata ottenibile da una unita' comune a tutte le nazioni attrici. Al THAAD statunitense purtroppo la UE non ha saputo affiancare un degno comprimario, tanto da essere ancora dipendente per questa esigenza "upper tier" dai cugini d'oltreoceano. Il teatro operativo dovrebbe poi essere diviso in una serie di aree di responsabilita' (individuabili a grandi linee all'interno delle AoR di Multi national divisions e brigades) poste sotto il controllo delle unita' SAM in possesso di capacità ABM: i sistemi dispiegabili in questa veste devono essere endoatmosferici, capaci di coprire aree di almeno 50 km di raggio ed avere la capacita' "extended".

Con la piena operatività del SAMP-T, Italia e Francia saranno le uniche nazioni europee a vantare tale possibilità, potendo quindi schierare le loro unita', unitamente a quelle Patriot americane, anche a protezione di truppe di altri paesi partecipanti. La difesa NBC inoltre potrebbe finalmente vantare sistemi non piu' solo "passivi" (che quindi limitano i danni di un avvenuto attacco), ma anche "attivi" (che neutralizzano un possibile attacco). La prima caratteristica di un sistema areale e' l'estrema mobilità finalizzata a seguire spostamenti di truppe sul terreno: la difesa gravita sulle forze in movimento, sugli assetti logistici e, operazioni durante, su elementi critici del dispositivo che in quei momenti presentano la loro vulnerabilita' maggiore.

L' ingresso in teatro operativo di unita' alleate con missione di "peace enforcement" presuppone infatti una serie di direttrici di entrata (points of entry) protette da eventuali attacchi asimmetrici di entita' contrapposte conducibili con vettori balistici, drones, velivoli pilotati. Ai SAM extended viene quindi richiesto di attuare rischieramenti in avanzamento, a distanza anche di poche ore, con tempi ridottissimi di "release". Come agenzia di difesa aerea l'unita' antimissile e' integrata con gli altri attori quali AWACS ed M-CAOC (Mobile-Combined Air Operation Center) grazie ad un organo C2 (BOC-Batallion Operative Center) inserito in un data link (11 e 16). L'intervento ipotizzabile non e' la risposta ad una minaccia massiva, ma ad una offesa eventuale, rudimentale, singola, scarsamente precisa, estremamente pagante come impatto sull'opinione pubblica in patria e sul morale delle truppe in teatro. Il rischio che si presenta alle unita' ABM-SAM extended, dovuto all'asimmetricità dei contendenti, e' caratterizzato da difficoltà di identificazione, uso di vettori omnidirezionali e differenziati, scenario ambiguo.

La possibilità di errore della difesa deve essere annullata, grazie a controlli positivi, procedure di acquisizione, identificazione e tracking sicure, lancio efficace su obiettivo reale. "One shot, one kill", in sostanza una situazione che non permette margini di approssimazione, perche' anche quell'unico colpo sferrato potrebbe essere quello fatale, per le truppe amiche e centri nevralgici delle "entities" o portare ad una escalation di rappresaglie e violenze. Una situazione nella quale le unita' extended sono per cosi' dire obbligate alla perfezione, garantendo il 100% di efficacia e l'annullamento delle perdite. Una volta che le truppe hanno preso le posizioni sul terreno e la missione acquisisce caratteristiche di "peace keeping", l'attivita' dell'unita' antimissile si diversifica su tre azioni: la "show the flag", ovvero la deterrenza sulle fazioni ex-belligeranti che si ottiene con l'efficienza e l'efficacia del sistema d'arma e con la preparazione del personale; il concorso al controllo dello spazio aereo, grazie a cui discriminare la posizione e le azioni dei diversi attori, identificando prontamente le responsabilita' di iniziative improprie; la difesa extended, da fornire anche a protezione di unita' campali di altre nazioni, incluse aree o centri politicamente rilevanti delle ex fazioni in lotta: cio' aumenterebbe notevolmente l'apporto italiano alla sicurezza globale della missione di pace ed il ruolo del nostro Paese. A tal riguardo l'avanzata fase di sviluppo conseguita dall'Italia con il SAMP-T vedrebbe la nostra Nazione come la prima in Europa ad avere capacita' ABM e renderebbe sfruttabile questa posizione anche da un punto di vista politico nelle relazioni internazionali e nei rapporti di forza in ambito Patto Atlantico.

Nell'ambito dei conflitti a media-alta intensità, il ruolo delle unita' extended, inserito nell'area del "combat support", si diversificherebbe nel doppio compito di seguire e coprire gli spostamenti delle truppe sul terreno, nonche' fornire un "ombrello" alle retrovie, ai centri logistici, agli agglomerati posti sotto il rischio del braccio superficie-superficie nemico, ovvero a tutti i punti critici del dispositivo militare-civile amico. La necessita' di acquisire, identificare e fermare in profondità il vettore avverso, eventualmente dotato di testata NBC, assume in questo caso rilevanza ancora maggiore, trovandoci in prossimità della linea di contatto (forte presenza di truppe amiche) o di centri fortemente abitati (presenza di popolazione civile amica). Le caratteristiche della minaccia sono l'unidirezionalità ed il tentativo massivo delle forze contrapposte di portare un attacco a saturazione con vettori missilistici e pilotati. La necessità di annullare le perdite ed ottimizzare l'intervento richiede una forte capacità di attrito del sistema ed un'ottima gestione contemporanea in volo dei vettori difensivi, unitamente ad una struttura C2 che divida e pianifichi il fuoco con l'utilizzo ottimale di diverse unità di lancio. La "perfezione" d'intervento che si richiede quando la minaccia puo' essere rappresentata da armi di distruzione di massa e' complicata dal numero stesso delle offese. La Guerra del Golfo ha dimostrato infatti come piu' vettori Scud possano essere lanciati contemporaneamente su diversi obiettivi, in concomitanza di un attacco aereo con velivoli pilotati.



CONCLUSIONI.

La diversificazione della minaccia rende oggigiorno fondamentale l'acquisizione di una seria ed efficace difesa antimissile da dislocare sul territorio nazionale e sui teatri operativi fuori area che vedono impegnate le nostre truppe. La copertura offerta da questa costruzione, adeguatamente supportata da un efficace lavoro di "intelligence", porrebbe i paesi artefici all'avanguardia contro qualsiasi attacco vettoriale condotto anche con armi chimiche o batteriologiche. Si verrebbe infatti a creare una protezione attiva oltre che passiva contro l'offesa NBC. I recenti eventi terroristici abbattutisi sugli USA hanno ulteriormente dimostrato come una minaccia latente possa divenire reale proprio quando il livello di guardia tende ad allentarsi.Lo scenario apocalittico che tutto il mondo ha visto scorrere davanti ai propri occhi in quei giorni di settembre, potrebbe ricrearsi in una qualsiasi città occidentale ad opera di un vetusto vettore balistico, eventualmente armato con testata non convenzionale, lanciato ad opera di un gruppo di terroristi riccamente finanziati. La possibilità di una distruzione di massa di persone fisiche renderebbe l'obiettivo fortemente premiante in termini di percezione e impatto sull'opinione pubblica. Quest'ultima non puo' permettersi di aspettare l'evento catastrofico per essere messa ai ripari. Il fatalismo relativista deve fare spazio a certezze. Certezze che non possono prescindere da un impegno preciso in ambito Alleanza Atlantica, PESC e Nazionale. Un impegno interforze per definire responsabilità, programmi, compiti e scopi in vista delle sfide sempre piu' difficili e impegnative del Terzo Millennio.

Fonte: http://www.analisidifesa.it

 


 

Categoria principale: Articoli
Categoria: Geopolitica
Visite: 397