L’argomento missili nel nostro Paese ha viaggiato sempre “sotto traccia”, eppure abbiamo una industria di prim’ordine. Se ne parla ora per le polemiche politiche sorte intorno al programma CAMM-ER, che sta per: “common anti-air modular missile-extended range” una sigla che ai più dice poco. Stupisce che le attuali discussioni trascurino la valenza eminentemente difensiva del programma, che dovrebbe invece essere premiale nella visione strategica del nostro Paese che ha bandito il concetto di attacco anche dal lessico comune.

Ma andiamo con ordine.

Nel contesto delle operazioni militari la difesa e l’attacco sono due distinti momenti tattici cui corrispondono due diverse predisposizioni fisiche e mentali. Pur distinti, difesa e attacco sono però inscindibili: l’una non avrebbe senso senza l’altro. Così come non avrebbe senso la lancia – che dell’attacco è il paradigma - senza lo scudo, altrettanto vale per l’opposto.

È un dato di fatto che buona parte dei “dividendi” derivanti dalla fine della “guerra fredda” siano stati pagati dal drastico ridimensionamento dello “scudo”. In sostanza, nel generale ridimensionamento delle spese della difesa è avvenuto che i tagli degli investimenti nella componente missilistica, sia di quella basata a terra sia di quella imbarcata sui mezzi aerei, siano stati proporzionalmente più ingenti rispetto ai tagli in altri settori.

È questa una situazione che si riscontra, pur con diverse accentuazioni, in quasi tutti i Paesi della NATO.

 



L’Italia in particolare è fra i Paesi che nell’ultimo quarto di secolo hanno ridotto maggiormente gli investimenti. Come conseguenza il segmento missilistico nel suo complesso si trova ora in profonda sofferenza; gli esistenti sistemi missilistici divenuti obsoleti non sono stati rimpiazzati come a suo tempo si sarebbe dovuto e l’industria nazionale, che gode ancora di un notevole prestigio internazionale grazie a talune scelte lungimiranti effettuate in passato, è ora in evidente affanno. Fra tutti, il segmento missilistico più “mortificato” è senza dubbio quello dei complessi e quindi costosi sistemi superficie-aria, deputati alla difesa da minacce provenienti dall’aria.

Il taglio egli investimenti nella difesa non è però la sola causa.

L’accantonamento della “guerra fredda” ha reso più remota, almeno in termini percettivi, la prospettiva di un attacco aereo massivo al territorio nazionale, di conseguenza questi sistemi di difesa hanno perso progressivamente di priorità. Si aggiunga poi che anche il loro concetto di impiego, essenzialmente statico per la protezione del territorio nazionale, appare obsoleto in tempi di operazioni “fuori area”.

L’esperienza delle operazioni militari cui il nostro Paese partecipato dagli anni 90 del secolo scorso in poi, e che si sono svolte senza alcun vero contrasto dal cielo, hanno semmai rafforzato in molti l’idea che i complessi e costosi sistemi missilistici superficie–aria non costituiscono ormai una priorità. Le polemiche attuali sul CAMM-ER ne sono la dimostrazione.

Le vere priorità per contro sono diventate le operazioni di contro-insorgenza e le cosiddette operazioni “ibride” nei riguardi di attori internazionali, temibili quanto si vuole, ma comunque privi di una organizzazione statuale e quindi di una aeronautica capace di infliggere danni dal cielo e tantomeno di colpire il territorio italiano.

Coerentemente con questo sentire generalizzato gli investimenti della Difesa italiana, invero particolarmente risicati nel loro complesso, da almeno due decenni stanno andando in direzioni diverse rispetto alla difesa missilistica. Relativamente a quest’ultima ci si è limitati ad onorare gli obblighi internazionali assunti nei programmi PAAMS e SAMP/T e per il MEADS si è deciso, di malavoglia, di finanziare solamente il completamento dello sviluppo.

Eppure a livello geo-politico molte cose in questi anni post-guerra fredda sono andate progressivamente mutando.

La proliferazione di sistemi aerei offensivi innanzitutto non è mai cessata, nonostante gli sforzi di contenimento messi in atto dalla Comunità Internazionale. A ciò hanno contribuito sicuramente gli avanzamenti tecnologici che hanno reso accessibili economicamente dei sistemi molto evoluti anche a soggetti internazionali - statuali e non - che altrimenti non avrebbero potuto permetterseli. Si aggiunga a questo la particolare politica di taluni Paesi “proliferanti”, ansiosi di piazzare i propri prodotti nel grande mercato internazionale delle armi per incamerare valuta pregiata nelle loro asfittiche economie, e non solo per questo.

 



È un dato di fatto ormai che dei moderni e aggiornati sistemi aerei offensivi sono nella disponibilità di una moltitudine di soggetti statuali, molti dei quali rientrano del raggio di attenzione dell’Italia. La crescente ritrosia della Comunità Internazionale ad impegnare propri soldati sul terreno per stabilizzare aree di crisi, forse può essere spiegata anche con questo. La minaccia di un intervento degli Stati Uniti in Siria, a suo tempo tanto agitata è stata subito accantonata per l’alto rischio; una avventura del genere in Siria non sarebbe stata una “passeggiata” come altri interventi effettuati dagli USA e dai suoi alleati nel recente passato, e questo per la qualità dei sistemi d’arma missilistici – molti di costruzione russa - presenti in quel Paese.

Anche l’assioma che mezzi offensivi di alta complessità e tecnologia non siano gestibili da soggetti non statuali viene messo in seria discussione da taluni accadimenti internazionali.

I separatisti ucraini filo-russi per citarne uno, con il sospetto abbattimento il 17 luglio 2014 del volo MH 17 da parte di un SA-11, hanno dimostrato di saper maneggiare molto bene questi sistemi d’arma ad elevata tecnologia. Il passo successivo con l’acquisizione di una capacità balistica da parte di Paesi appartenenti alla nostra area di interesse oppure di altri soggetti comunque in grado di colpire il territorio del nostro Paese, piaccia o meno, è nella logica delle cose e, se vogliamo, anche inevitabile.

In termini quantitativi molto probabilmente questa minaccia non sarà “esistenziale” come era quella della “guerra fredda”, tuttavia potrebbe essere tale da condizionare le scelte politiche del nostro Paese: il ché non è poco.

Occorre quindi una profonda riflessione sulla corretta priorità da assegnare allo “scudo” e cioè alla difesa missilistica del nostro Paese. I sistemi Skyguard e Spada sono obsoleti e necessitano di essere sostituiti a breve termine, auspicabilmente con il CAMM-ER di MBDA Italia, tanto contestato ora. Da notare che questa azienda ha potuto avviare il programma con la consorella MBDA UK, nonostante l’assenza di finanziamenti pubblici, grazie ad un sapiente utilizzo di fondi strutturali europei.

I sistemi PAAMS e FSAF SAMP/T di cui disponiamo sono invece sufficientemente moderni però sono stati pensati per la protezione delle forze e questo sono in grado di fare. Per il futuro serve anche qualcosa in più - di valenza politica se si vuole - in grado di estendere un ombrello di protezione anche ad aree particolarmente sensibili del territorio nazionale. In altre parole serve un sistema di difesa missilistica superficie/aria che offra una protezione anche da minacce balistiche e che metta al riparo l’Italia da possibili ricatti di natura politica da parte di chicchessia.

 



L’aggiornamento del SAMP/T e il conferimento al sistema d’arma di capacità antibalistiche potrebbe essere una risposta a questa esigenza. Altre alternative non se ne vedono all’orizzonte, a meno di non rivedere la decisione che ha di fatto congelato il MEADS al solo completamento della sua fase di sviluppo.

Le carenze del nostro sistema di sicurezza nazionale, dal lato dello “scudo”, oltre che dalla cronica carenza di risorse è imputabile anche ad una serie di occasioni mancate. In primis l’indecisione circa il sistema di difesa missilistica a medio raggio su cui puntare per il futuro, che ha mantenuto in vita per anni due programmi parzialmente sovrapponibili, il MEADS e il SAMP/T: un lusso che pochi Paesi si possono permettere. Ancora, il fatto di aver finanziato lo sviluppo del MEADS, con una quota parte italiana molto ingente dell’ordine degli 800 milioni di Euro, senza che vi fossero idee chiare sulla sua produzione…

Non è più tempo di ripetere certi errori.

È necessario riportare nel giusto equilibrio lo “scudo” e la “lancia”, per continuare con la metafora. Si tratta di effettuare delle scelte chiare e ponderate sul sistema di protezione missilistica di cui il nostro Paese ha bisogno, orientando opportunamente gli investimenti della difesa. Tutto secondo una gradualità che tenga conto anche della realtà economica ma che non si limiti a mere considerazioni di natura contabile. Decidere o meno un investimento esclusivamente sulla base dei costi non risponde a nessuna logica, né economica né tantomeno programmatica. I costi sono un fattore importante ma devono essere comparati anche con i ritorni industriali e tecnologici: in Italia esistono delle capacità realizzative maturate faticosamente negli anni che è un peccato disperdere.

 



Occorre considerare che un programma di difesa missilistica offre anche molte opportunità per uno sfruttamento duale delle sue tecnologie. Si pensino alle ricadute che possono derivare in termini di: sorveglianza del territorio, controllo di piattaforme aeree non pilotate, sensori a radiofrequenza, sistemi trasmissivi e altro: applicazioni, queste, intrinsecamente tutte civili. E questo significa posti di lavoro e sviluppo economico di cui si avverte un grande bisogno.

Infine una considerazione di natura politica. Variare le priorità nei programmi di investimento della Difesa richiede coraggio perché non è un esercizio neutro: per uno che avanza come priorità significa che un altro oppure degli altri programmi inevitabilmente potrebbero retrocedere. Possono insorgere immotivati irrigidimenti da quanti – a tutti i livelli: politico, industriale e di singola Forza Armata - si sentono delusi nelle aspettative, ma questo non può essere di impedimento quando sono in ballo l’interesse e la sicurezza del Paese.

In tempi di preoccupazione per i conti pubblici, quale è quello attuale, non è facile ottenere il favore dell’opinione pubblica quando si tratta di programmi della difesa che possono comportare anche uno sforzo finanziario. Eppure esistono dei validi argomenti di ordine etico a favore di un sistema di protezione di aree sensibili del nostro Paese da minacce provenienti dall’aria. Il suo carattere difensivo innanzitutto e di conseguenza il superiore valore etico che lo “scudo” ha rispetto alla “lancia”, e poi il fatto che la minaccia da contrastare non è rivolta solo verso le forze militari ma coinvolge soprattutto l’universo dei civili.

Lo sbilanciamento della nostra architettura della difesa fra “scudo” e “lancia” è il risultato di un quarto di secolo di scelte discutibili e anche di tante “non scelte” in termini di investimenti della difesa: è tempo ora di rimediare evitando polemiche che possono far smarrire il senso delle cose.

Stefano Panato

Fonte: http://www.difesaonline.it





 

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