La Techmash, industria di armi russa che si occupa principalmente di sviluppare munizioni per le Forze armate facente parte del colosso statale Rostec, sta studiando la possibilità di creare una testata elettromagnetica per i razzi di artiglieria. In una recente dichiarazione alla Tass, il vice direttore generale della Techmash, Alexander Kochkin, ha riferito che “ci sono proposte concettuali pronte per essere messe in opera a seconda delle richieste del cliente” e che la Difesa, nella persona del Ministro Sergei Shoigu, non ha ancora stabilito quali siano le specifiche per questa nuova tipologia di armi. Non è ancora chiaro quindi quale sarà il raggio di azione dei nuovi razzi e quale sarà la portata dell’effetto Emp – Electro Magnetic Pulse – della loro testata elettromagnetica, ma di sicuro sappiamo, grazie alle dichiarazioni di Kochkin, che si tratta di missili di artiglieria campale del tipo Mlrs (Multiple Launch Rocket System), più comunemente noti “Katjuša”.

Che cos’è l’Emp?
L’impulso elettromagnetico – Emp – può essere naturale o artificiale. Un brillamento solare, ad esempio, provoca sulla terra una tempesta elettromagnetica dovuta al flusso di particelle elettricamente cariche emesse dal sole che, se di particolare intensità, può mettere fuori uso le reti elettriche nazionali facendo letteralmente bruciare i trasformatori di energia, oltre che a rendere inutilizzabili i satelliti non schermati o in orbita alta. Tale impulso può anche essere determinato artificialmente. Quando l’uomo entrò nell’era atomica, con lo scoppio delle prime bombe nucleari, si scoprì che tra gli effetti secondari dell’esplosione c’era un enorme impulso elettromagnetico che rendeva inefficaci gli apparecchi elettrici e le radio. Questa scoperta fu di particolare interesse in ambito militare in quanto si scoprì che un’arma atomica di notevole potenza poteva mettere fuori uso gli apparecchi elettronici su di una vastissima porzione di territorio se fatta detonare ad alta quota: si calcola che un ordigno di un megatone che esplode alla quota di circa 50 chilometri emetta un Emp in grado di avere effetti in un raggio di circa 750 chilometri, mentre se la stessa esplosione avviene ad una quota di circa 500 chilometri sulla superficie, il raggio aumenta sino a 2.300 chilometri. Abbastanza per mettere fuori uso qualsiasi dispositivo elettronico in tutto il continente europeo. La stessa esplosione, se a terra o a quota molto bassa come nel caso in cui l’obiettivo sia una base aerea o una città, genera un Emp che si espande nel raggio di pochi chilometri (4 o 5). Un impulso Em, quindi, genera seri danni e distrugge i dispositivi elettronici, incluse le reti elettriche, su vasta scala e rende inservibili moltissime infrastrutture critiche quali i sistemi di comunicazione, acquisizione dei dati, l’equipaggiamento tecnologico in generale. Come effetto secondario può causare danni alla popolazione attraverso la generazione di incendi dovuti all’esplodere di trasformatori e centraline elettriche, shock elettrici, e la distruzione di sistemi per il supporto vitale di ospedali senza considerare i catastrofici danni che le centrali nucleari e gli impianti chimici riceverebbero.

L’ultima frontiera della guerra elettronica.
Si capisce bene, quindi, perché Russia, Stati Uniti ma anche Cina ed altre nazioni come Israele, abbiano cercato, già a partire dagli anni ’90, di ottenere dispositivi non nucleari per un utilizzo tattico dell’impulso elettromagnetico sul campo di battaglia. Dato che un attacco Em con una bomba atomica di alta potenza sarebbe capace di mettere in ginocchio un’intera nazione, o un intero continente come abbiamo visto, occorre che in conflitti a bassa intensità, come la Siria, la Cecenia, l’Ucraina, si possano utilizzare dispositivi non nucleari per avere un Emp circoscritto, quindi che colpisca esclusivamente i dispositivi nemici in un breve raggio. Da questo punto di vista gli Stati Uniti sono stati i precursori: la Boeing e l’U.S. Air Force Research Laboratory hanno sviluppato un missile con testata Emp conosciuto come Counter-electronic High-powered Microwave Advanced Missile Project (Champ). Il missile Champ è capace di emettere un’onda Em di alta energia in grado di mettere fuori combattimento i dispositivi elettronici del nemico. Questo risultato è stato raggiunto grazie alla progressiva miniaturizzazione delle componentistica tecnologica che ha anche portato con sé la diminuzione dell’energia richiesta. Oggi il più piccolo apparecchio in grado di generare un Emp è alimentato da batterie alcaline ed è in grado di mettere fuori uso i circuiti di un computer in un raggio di 15 metri. Questa tecnologia utilizza un “generatore a flusso compresso” che consiste in una sorta di “bomba chimica” o batteria racchiusa in una bobina di rame contenuta in un tubo. Quando viene fatta passare la corrente generata chimicamente si produce una “esplosione” Em di piccola portata ma sufficiente per obiettivi puntiformi.

La partita tra Usa e Russia.
Un attacco con armi Emp risulterebbe molto efficace in quanto permetterebbe non solo di superare le difese nemiche, rendendo inutilizzabili tutti quei sistemi non schermati da una gabbia di Faraday, come radar, sistemi di comunicazione ecc, ma anche perché la civiltà moderna vive e sopravvive grazie all’elettronica: pensiamo, ad esempio, a quanto l’economia di un Paese sia oggi basata su di un flusso di bit che corrono attraverso le reti internet da un computer ad un altro. La Russia, pertanto, ha sviluppato una propria dottrina di impiego dell’armamento Emp e ha dimostrato di possedere già dei sistemi campali di piccola potenza ma in grado di essere molto fruttuosi sul campo di battaglia: mortai con carica Emp sono stati utilizzati durante il conflitto in Cecenia e, recentemente, in Ucraina dove ogni singola radio delle forze ucraine è stata messa fuori uso dai sistemi da guerra elettronica ad Emp russi. Non è certo una novità nemmeno che la Russia abbia in progetto di colpire obiettivi più grandi con missili a testata Emp convenzionali, senza quindi il ricorso alle già citate esplosioni atomiche. Sono gli Stati Uniti, però, che sembrano più avanti in questo campo: un proiettile di artiglieria da 155 millimetri “iperveloce”, quindi in grado di avere un raggio di azione di più di 70 miglia nautiche, con carica elettromagnetica è stato studiato per l’impiego sui cacciatorpedinere DDG-1000 (o classe Zumwalt), ed anche l’Us Army ha intrapreso la stessa strada.

Fonte: https://it.insideover.com


 

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