Guerra nucleare: quanto rischiammo

di Stefano Magni

Sono passati ormai vent'anni. Dopo mesi di trattative inconcludenti, dopo manifestazioni oceaniche organizzate dal movimento pacifista in tutta Europa, i nuovi missili Pershing II e Cruise venivano installati regolarmente. Mai, come in quei mesi, a cavallo dell'estate e dell'autunno del 1983, si era vista una simile ondata di isteria collettiva, con forti tinte anti-americane. Benché i nuovi missili fossero una tarda risposta all'installazione sovietica degli SS-20, puntati sulle città europee dal 1979, la sinistra pacifista vedeva nella nuova politica della Nato un'iniziativa pericolosamente guerrafondaia. L'economista marxista Samir Amin parlava di una triplice offensiva del capitalismo americano: contro il proletariato (privatizzazioni di Reagan e della Thatcher), contro il Sud del Mondo (corpi di spedizione americani in Libano e nell'America Centrale) e contro l'Est (appunto: installazione degli euromissili). Dal videoclip antinuclearista degli Ultravox "Dancing with tears in my eyes" a film di successo come "Testament", "The day after" e "War games", lo spettatore medio era sottoposto a un bombardamento quotidiano di paranoia nucleare: le conseguenze delle esplosioni atomiche erano discusse all'ordine del giorno, a tutti i livelli. Si era venuta a creare l'equazione Reagan = olocausto nucleare. "Yankee go home" era lo slogan che veniva urlato, con rabbia, nella manifestazione oceanica di Roma, nell'ottobre del 1983. Mentre superstiti di Hiroshima raccontavano, di fronte a un pubblico inorridito, gli effetti delle bombe atomiche americane. E lo scrittore Leonardo Sciascia, dalle colonne del Corriere, invitava a uscire dalla Nato. Cosa si diceva, in quegli stessi mesi, dall'altra parte della Cortina di Ferro? Da dieci anni a questa parte, su quel periodo, stanno emergendo una serie di documenti, memorie, testimonianze dirette dei vertici sovietici di allora. Un mosaico, lungi dall'essere completo, che svela uno scenario da incubo. All'interno del Politbjuro si erano venute a formare due correnti di pensiero favorevoli alla guerra. Da una parte, stando alla testimonianza dell'allora sottosegretario agli esteri ungherese Gyula Horn, i vertici militari sovietici erano convinti che il rapporto di forze si stesse irreversibilmente rovesciando a favore degli Stati Uniti e che fosse possibile ottenere nuovamente l'egemonia solo attaccando per primi. La guerra in Afghanistan stava diventando un vero e proprio "Vietnam sovietico", il movimento sindacale Solidarnosc, in Polonia, cresceva nonostante la repressione e la legge marziale imposta da Jaruzelski; gli alleati nel Medio Oriente e in Africa si dimostravano sempre meno fedeli a Mosca. In campo avversario, invece, l'economia statunitense era in crescita e il Kgb calcolava che, verso il 1987, vi sarebbe stato il tanto temuto sorpasso tecnologico a vantaggio della Nato. L'annuncio della Sdi (Iniziativa Strategica Difensiva) da parte di Reagan nel marzo '83, cioè la costruzione di un vero e proprio "scudo stellare" in grado di immunizzare gli Stati Uniti da un attacco nucleare, fu preso sul serio a Mosca. Nel 1983 le forze del Patto di Varsavia erano ancora superiori in tutto rispetto a quelle della Nato. Questo spingeva molti vertici del Patto di Varsavia a credere che si dovesse ottenere al più presto un successo militare. La seconda corrente di pensiero, che faceva capo al direttore del Kgb, Krjuckov (futuro protagonista del fallito golpe di agosto del 1991), invece, vedeva gli Stati Uniti di Reagan propensi a tramare in segreto per lanciare un attacco preventivo contro l'Urss. Tutte le dichiarazioni di Reagan, dall'enunciazione della dottrina Reagan al discorso sull'Impero del Male, erano interpretate dal Kgb (e dallo stesso presidente Andropov) come "preparazione psicologica a una guerra nucleare". Dalla fine del 1981, fino all'estate del 1984, i due servizi segreti sovietici, il Kgb e il Gru, su ordine di Andropov, raccolsero dati negli Stati Uniti, in tutta Europa, in Giappone e in alcuni Paesi chiave del Terzo Mondo, per scoprire se Reagan avesse avuto l'intenzione di lanciare un attacco preventivo contro l'Urss. Il nome in codice dell'operazione, la più vasta della storia dei servizi segreti sovietici, era Ryan (acronimo russo di "Attacco Missilistico Nucleare"). I sintomi di un attacco, secondo i vertici del Kgb, erano identificabili in alcuni comportamenti della società occidentale: dall'aumento delle donazioni di sangue ai maggiori acquisti di alimentari, dall'aumento delle attività attorno agli edifici pubblici, all'aumento dei prelievi in banca… Siccome i Sovietici erano convinti che le società occidentali fossero dominate dal clero e dalla grande finanza, fu chiesto agli agenti segreti di carpire informazioni segrete soprattutto ad alti prelati e a banchieri. Un numero sufficiente di "sintomi" avrebbe giustificato, agli occhi del Cremlino, un attacco preventivo contro la Nato. In base alla testimonianza dell'ex agente a Londra del Kgb, Oleg Gordievskij (che disertò nel 1985), nell'agosto del 1983, giunsero, alle residenze europee del Kgb, nuove disposizioni sulla raccolta di informazioni per l'Operazione Ryan. Il "Centro" (il primo direttorato centrale del Kbg) spingeva i suoi agenti, sparsi per tutto il mondo, a mandare rapporti sempre più allarmistici. Benché molte residenze europee fossero scettiche, il semplice terrore che il Centro incuteva, spingeva la maggior parte degli agenti a inviare rapporti caricati, falsi, esageratamente allarmistici. Si entrò in un circolo vizioso: il Centro trasmetteva la propria visione paranoica del mondo alle residenze e queste ultime la confermavano con i loro rapporti, creando ulteriore allarme al Centro. Nel settembre del 1983, in seguito all'abbattimento del jumbo sudcoreano Kal 007 ad opera di un caccia sovietico, tutto il mondo occidentale protestò vivacemente. I vertici di Mosca interpretarono quella protesta come un'ulteriore "preparazione psicologica" occidentale alla guerra. La televisione sovietica incominciò a martellare la popolazione con documentari sull'Operazione Barbarossa, l'attacco a sorpresa lanciato dai Tedeschi nel 1941. Mentre l'equazione Reagan = Hitler veniva ampiamente diffusa dalla propaganda di regime. Tutto, insomma, faceva pensare allo scoppio imminente di un conflitto. Sempre stando alla preziosa testimonianza di Gordievskij, nei primi dodici giorni di novembre, un'esercitazione della Nato, che non coinvolgeva nemmeno truppe sul terreno, fu interpretata da Krjuckov come una copertura dell'inizio dell'offensiva nucleare contro il Patto di Varsavia. La notte dell'8 novembre, alle residenze del Kgb in Europa giunse una "molnja" (messaggio lampo con priorità assoluta) in cui si informava che le basi Nato erano in allerta: bisognava prepararsi al peggio. Il buon senso (o un naturale istinto di sopravvivenza?) indusse gran parte delle residenze a dire la verità, negando l'esistenza di un allarme Nato. Tre giorni dopo, l'esercitazione della Nato fu sospesa in anticipo. Questo servì ad allentare la tensione. Almeno per qualche mese. Poi il resto andò da sé: i missili Pershing II e Cruise furono installati, rendendo praticamente impossibile un attacco all'Europa; Andropov morì nel febbraio del 1984; il ministro della difesa Ustinov lo seguì qualche mese dopo. La guerra fredda, di fatto, era finita.

Fonte: http://www.amicigiornaleopinione.191.it

 

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