GIAPPONE 2007 - Nelle scorse settimane, a distanza di pochi giorni l’uno dall’altro, due ministri giapponesi, il capo di gabinetto Nobutaka Machimura e il ministro della Difesa Shigeru Ishiba, hanno sostanzialmente dichiarato che non solo gli Ufo esistono ma che in un futuro imprecisato non sarebbe da escludere un attacco da forze aliene.

 

 

La notizia ha fatto in breve il giro del mondo, ribattuta da molti giornali e agenzie di stampa. In mezzo alla generale incredulità per le dichiarazioni dei due ministri giapponesi e all’ovvia euforia degli ufologi di mezzo mondo, va riscontrato come molti fra i più attenti analisti del Paese del Sol Levante abbiano dato una ben diversa lettura ai fatti. Il Giappone si riarma.



Il sostanziale processo avviato da Tokyo ha come obiettivo ultimo il superamento dell’articolo 9 della costituzione, che vieta di avere un esercito addestrato e organizzato come tutte le forze armate moderne, proibendo al Paese di risolvere le controversie internazionali con la guerra. Si tratta della “dottrina Yoshida” che, nei fatti, durante la Guerra Fredda, subappaltava agli Usa la difesa dell’arcipelago. Il Giappone è stato per molti anni una sorta di paradiso kantiano in cui gli errori del passato militarista erano stati recepiti al punto di escludere la guerra dal suo universo culturale. E’ verosimile che dichiarazioni come quelle di Machimura e Ishiba servano a confondere le acque e, allo stesso tempo, a far ripartire a tutti i livelli il dibattito sul riarmo.

Rai News24, lo scorso 18 dicembre 2007, ha dato risalto alla notizia di un test missilistico eseguito nel mar del Giappone in collaborazione con la marina statunitense. Un cacciatorpediniere giapponese ha abbattuto un missile balistico intercontinentale. È del tutto verosimile che il progetto abbia ricevuto una forte spinta a seguito dei test missilistici operati negli scorsi anni dalla Corea del Nord. Il 31 agosto del 1998 un missile a lunga gittata del tipo Taepo Dong 1 ha superato l’arcipelago giapponese andando a cadere nelle acque orientali di Tokyo. Altrettanto evidente è che, superate le incomprensioni nippo-americane degli anni Ottanta e Novanta, dovute soprattutto a ragioni commerciali, il Giappone sia tornato ad essere un alleato centrale nel “sistema americano”, punta avanzata del containment dell’espansionismo cinese nel pacifico. La Cina, dal canto suo, non ha ovviamente colto favorevolmente il progetto nippo-americano per una comune difesa antimissile, temendo possa essere esteso anche a Taiwan.

Tra i progetti di difesa antimissile, oltre ai tradizionali sistemi balistici (evoluzioni dei Patriot), sarebbe allo studio un super-laser capace di abbattere i missili intercontinentali in arrivo. Un progetto di riarmo di queste dimensioni non può tuttavia non passare da una sostanziale modifica della costituzione pacifista di cui il Giappone si è dotato dalla fine della guerra. Il riarmo giapponese sarebbe stato discusso a Washington ai più alti livelli in un incontro fra il presidente americano George W. Bush e l’ex premier Shinzo Abe. Gli Usa e il Giappone, alleati dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, avevano visto peggiorare i loro rapporti dalla metà degli anni ottanta a causa di frizioni commerciali. Fu il periodo della campagna mediatica (supportata anche da alcune pellicole hollywoodiane) denominata “Japan bashing!” (Addosso al Giappone!). Oltre a molti testi “nippofobici”, fu l’epoca di film come “Black Rain” (1989) di Ridley Scott in cui giapponesi cattivi (yakuza) si confrontavano con poliziotti americani buoni (Michael Douglas e Andy Garcia), aiutati da un poliziotto giapponese molto ligio alle regole e alle tradizioni e che, solo alla fine, americanizzandosi nei modi, adottando metodi da poliziotto-cowboy, si decide ad aiutare i due gaijin (stranieri). Anche dall’altra parte del Pacifico i toni non furono meno duri, infatti fu dato alle stampe un pamphlet intitolato “Il Giappone che sa dire di no” (all’America s’intende), ad opera di Ishihara Shintaro, attuale sindaco ultranazionalista di Tokyo, e Morita Akio presidente della Sony. A porre fine a queste schermaglie ci pensò la crisi economica in cui piombò il Giappone alla fine degli anni ottanta e che caratterizzò i successivi dieci anni, il “decennio perduto” (lost decade). Il sonno decennale raffreddò gli animi ed oggi l’avanzata del drago cinese impone nuove sinergie fra le due sponde del pacifico.

Tuttavia il riarmo giapponese se da un lato è ben visto a Washington, dall’altro rischia di destabilizzare tutta l’area e crea preoccupazioni in Corea del Sud dove, evidentemente, sono ancora vivi i ricordi dell’imperialismo militarista dell’Impero del Mikado. «Se davvero le forze armate giapponesi cambieranno natura e diventerà possibile il loro impiego fuori dal paese…», scrive con preoccupazione il quotidiano sud coreano Hankyoreh, «…questo rappresenterà una minaccia per la pace nella Regione e nel mondo intero». Nel Paese però permane una forte opposizione all’abbandono della costituzione pacifista. Nel periodo di governo del predecessore di Abe, molto scalpore hanno destato le costanti visite del primo ministro Koizumi al santuario Yasukuni «eretto in onore dei militari che hanno dato la vita per il Giappone», criminali di guerra inclusi. Tempio in cui è sepolto anche il prozio di Abe, quell’Yosuke Matsuoka firmatario dell’adesione del Giappone all’Asse. Rimane ancora aperta la vicenda legata all’occupazione americana dell’isola di Okinawa, situata in una posizione strategicamente rilevante tra Cina, Taiwan e Filippine, una base avanzata perfetta tra il mare Cinese e il mare delle Filippine. L’amministrazione dell’isola, nel 1972, è tornata al Giappone, ma gli Usa vi mantengono ben 32 basi (in Giappone in totale ce ne sono circa 87), basi in cui vige il principio dell’extraterritorialità. Il riarmo del Giappone ormai avviato, almeno nelle intenzioni, dovrà quindi passare attraverso una modifica della costituzione e le resistenze dei pacifisti: non sarà un processo facile e andrà verificato. E non è detto che il Giappone riarmato resterà comunque sotto l’ala decisionale di Washington: non è da escludere che in un prossimo futuro possa decidere di giocare la partita per sé, magari ancora in partnership con gli Stati Uniti, ma con maggiore autonomia decisionale.

Fonte: http://www.geopolitica.info


 

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