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Entro i prossimi cinque anni l'Air Force diverrà la più grande forza da combattimento UAV (unmanned aerial vehicle) del pianeta. Il programma da tre miliardi di dollari (si attende l’approvazione del Congresso) è stato definito come essenziale per garantire la presenza degli Stati Uniti in tutti i teatri di crisi del globo presenti e futuri. Una forza, quella attuale, che secondo lo studio allegato al piano di sviluppo è ritenuta sottodimensionata sia sotto il profilo degli UAV disponibili che dei piloti.

 

 

E’ cambiato anche il modo in cui i droni sono utilizzati dagli USA. In Iraq come in Siria, volano in prevalenza UAV armati in profili di missione che richiedono piloti altamente specializzati alla stregua di quelli che volano sui caccia. All’attuale flotta composta da 175 Reaper (foto apertura) e 150 Predator, gli USA intendono aggiungere altri 75 “Mietitori”.

Il programma prevede una nuova flotta divisa su ben 17 squadroni (rispetto agli attuali otto) e ulteriore personale, pari a 3500 unità in più, tra piloti ed operatori di sensori. Gli squadroni saranno dislocati nella Beale Air Force Base nei pressi di Sacramento, in California, nella Davis-Monthan Air Force Base vicino a Tucson, in Arizona. “Mietitori” nella Joint Base di Pearl Harbor-Hickam vicino Honolulu e nella Langley Air Force Base a Newport, Virginia.

Qualora venisse concesso dalle autorità britanniche, gli USA abiliteranno anche un centro operativo UAV nella base della RAF di Lakenheath, nel Suffolk. Il 95% delle missioni dei droni dell’Air Force sono gestite dalla Creech Air Force Base.

I cinque nuovi centri operativi costerebbero ai contribuenti americani qualcosa come 1,5 miliardi di dollari per la sola costruzione delle strutture. L’intero asset operativo così come la formazione, costerà un altro miliardo e mezzo di dollari. Le nuovi basi sono state studiate anche per ridurre lo stress dei piloti dovuto al fuso orario delle missioni che si svolgono in ogni parte del mondo. Nello studio che correda il piano di sviluppo UAV si rileva la difficoltà dei piloti UAV nel trovare un equilibrio psichico finite le missioni. Il fuso orario delle operazioni, infatti, impone loro dei ritmi totalmente diversi rispetto alla normalità. L'Air Force, quindi, spera di creare una struttura di comando militare più tradizionale.

Il programma è cresciuto esponenzialmente negli ultimi dieci anni: quello che manca è proprio una struttura di comando plasmata sulle esigenze UAV. Da rilevare che i piloti dei droni USA hanno una media annuale di 900 ore di volo in remoto. Una media tre volte superiore a quella dei piloti da caccia. Nonostante la riduzione delle ore dei pattugliamenti aerei e l’aumento delle indennità mensili per i piloti, il Dipartimento della Difesa pretende una totale rivisitazione della struttura UAV.

Cambierà anche il reclutamento dei piloti: saranno piloti da caccia per droni. Anche questo passaggio è stato ritenuto fino ad oggi problematico per l’Air Force. E’ stato evidenziato che i piloti, per usare un eufemismo, "non fossero per nulla felici di essere riassegnati dai caccia ai droni".

Il reclutamento di una nuova generazione di piloti è considerata una priorità per l’Air Force.

Fonte: http://www.difesaonline.it


 

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