Nella ricchissima casistica degli “incontri ravvicinati” di terrestri con creature aliene, vi sono anche episodi inquietanti che si sono risolti tragicamente per i primi, ossia che hanno avuto conseguenze mortali.
Specialmente a partire dalla metà degli anni Cinquanta de secolo scorso, i mass media hanno diffuso l’immagine degli extraterrestri “buoni”, spiritualmente evoluti, solleciti delle nostre sorti e premurosi del nostro destino, tutti intenti a comunicarci messaggi di pace, amore e armonia cosmica e a metterci in guardia contro i rischi esiziali delle guerre, specialmente se condotte con armamenti atomici. Figure come quella di Ashtar Sheran sono così divenute familiari quasi ovunque, classico esempio di immagine edulcorata e rassicurante di una realtà della quale, in effetti, poco o nulla sappiamo, ma che - specialmente in chiave New Age - ci piace immaginare come benevola e fraterna, pacifica nella sua stessa essenza.
Esistono, invece, parecchi indizi i quali fanno pensare che almeno una buona parte delle creature aliene, qualunque sia la loro origine, non nutrono sentimenti di benevolenza verso la razza umana e non si preoccupano minimamente dei danni, psicologici o materiali, che possono causare ai terrestri con le loro apparizioni ed i loro rapimenti; non più di quanto l’uomo medio si preoccupi per il destino delle cavie animali da laboratorio che languiscono nelle gabbie degli istituti di ricerca scientifici, in attesa che si consumi il loro tragico destino.
È un errore pensare che, se gli alieni possiedono risorse tecnologiche molto superiori alle nostre, o se, addirittura, possono padroneggiare la materia, lo spazio e il tempo a loro piacere, comportandosi come creature interdimensionali, ciò implica che debbano aver raggiunto anche un elevato livelli di maturità spirituale.
Come insegnano anche i sacri testi dell’India antichissima, primo fra tutti la «Bhagavad-Gita», lo stato di profonda ignoranza ed illusione spirituale non implica, di per sé, arretratezza tecnica o scientifica e, pertanto, può coesistere benissimo con un alto standard di conoscenze meramente strumentali.
I due casi che qui riportiamo si sono verificati entrambi in Brasile: l’uno nel 1946, ad Araçariguama, nello Stato di San Paolo; l’altro nel 1967, in una località rurale vicino a Crixas, nello Stato del Goias; ed hanno in comune l’esito fatale per i testimoni terrestri, pur presentando caratteristiche e modalità assai diverse l’uno dall’altro.
Incominciamo dal più recente dei due, perché su di esso possediamo una migliore documentazione e perché si è svolto su un arco temporale molto più lungo, fra il 13 agosto e l’11 ottobre: quasi due mesi; tanto è durata la malattia del protagonista, manifestatasi in seguito ad uno spettacolare incidente fra lui e un gruppo di creature aliene.
L’assoluta veridicità del fatto è attestata, oltre che dalle testimonianze di persone degne di ogni fede, dalla particolare circostanza che lo sfortunato protagonista non immaginò affatto - né al momento dell’incidente, né dopo - di essersi trovato faccia a faccia con degli esseri di un altro mondo; che non aveva mai sentito parlare di entità aliene o di dischi volanti; e infine che, essendo analfabeta, non poteva avere letto alcunché relativo ad essi sulla stampa o, meno ancora, su qualche libro.
Così ha descritto questo tragico episodio il ricercatore francese R. Jack Perrin nel suo libro, riccamente documentato, «Contatti UFO» :

«Inacio de Souza (è il suo vero nome), 41 anni era sposato con Maria de Souza e aveva cinque figli. Era un uomo semplice e analfabeta, ma che godeva della più grande stima nel suo ambiente sociale e di lavoro. Era l’amministratore della proprietà nella quale abitava e lavorava da sei anni. Non aveva mai visto dischi volanti e non ne aveva mai sentito parlare.
Il 13 agosto 1967, Inacio e sua moglie ritornavano a casa, nella fattoria di Santa Maria, tra Crixas e Pilar de Goias, nello Stato di Goias. Avvicinandosi alla loro casa, notarono, osato nella pista d’atterraggio della proprietà,  “uno strano oggetto della forma di un catino”, il cui lato aperto era voltato verso il basso”. Questo oggetto aveva circa 35 metri di diametro. Tra l’apparecchio e la casa si trovavano tre sconosciuti.
Inacio riferisce così i fati: “Maria ed io rientravamo da Crixas e gli esseri erano già là. Ho pensato che fossero persone che venivano a trovarci, ma ero un po’ spaventato al tipo di apparecchio che avevano. Il loro aspetto era come il nostro, salvo che sembravano calvi (non sappiamo se avessero capelli).Stavano giocando e scherzando come dei bambini, ma in silenzio. Quando ci scorsero, mi indicarono col dito e si misero a correre nella nostra direzione. Ho gridato a mia moglie di correre a casa. Dato che avevo con me una carabina, ho sparato a quello che mi era più vicino. A questo punto è uscita dall’aereo, come da una lanterna, una luce verde che mi ha raggiunto al petto, sul lato sinistro. Sono caduto a terra. Mia moglie è accorsa verso di me, per prendere l’arma, ma gli uomini erano già rientrati nell’apparecchio, che si è alzato in volo a grande velocità, facendo un rumore simile a quello delle api.
Il signor A. S. M. riferisce: “Sono arrivato ala fattoria tre giorni dopo l’accaduto e non ne sapevo niente.  La moglie di Inacio mi aspettava quando scesi dal mio aereo personale, e mi disse che il marito era sofferente. Poiché era un uomo robusto ed era sempre stato bene, mi sono recato nel suo appartamento  e, vedendolo a letto, gli dissi: “Che avete, ragazzo mio?”. Allora mi rispose: “Padrone, ho ucciso un uomo!”. Rimasi sbalordito e gli domandai: “Ma come hai potuto farlo?”.
Inacio allora cominciò a raccontare minuziosamente quello che era successo, spiegando che aveva sparato perché aveva avuto paura, pensando che quegli uomini fossero venuti per rapire la sua famiglia.
Il signor A. S. M. capì, parlando con Inacio, che questi era convinto che quegli uomini venissero da San Paolo e, per non spaventarlo di più, non gli parlò di dischi volanti. Decise di esaminare la zona in cerca di macchie lasciate dal sangue dell’uomo che poteva essere stato colpito dalla pallottola, ma non scoprì nessuna traccia.
Più tardi A. S. M. riuscì a ottenere maggior dettagli sull’incidente. Si ricordò del fatto che Inacio gli aveva detto: “Ho mirato bene alla testa del giocatore”, e aggiunse che Inacio non avrebbe mai mancato un tiro a 60 metri di distanza, perché era un eccellente  tiratore. Aggiunse che, dopo l’accaduto, si era posto per Inacio un problema di coscienza, poiché quest’ultimo era certo “di aver ucciso un uomo”, benché non si fosse trovato niente che potesse fornirne la prova.
Per quanto concerne l’aspetto degli “uomini”, la moglie è del parere che fossero vestiti con una specie di calzamaglia di un giallo pallido. Per Inacio erano nudi. Non si vedevano i loro organi sessuali, forse perché i loro vestiti erano aderenti.
Il signor A. S. M. prosegue: “Il primo e secondo giorno soffrì di nausee, di formicolii e di intorpidimento in tutto il corpo, e le sue mani tremavano. Decisi di portarlo a Goiãnia per fargli fare un esame medico completo e gli raccomandai di mantenere il silenzio sull’accaduto.
A Goiãnia il medico, senza sapere quello che aveva, constatò l’esistenza di una bruciatura circolare di circa 15 centimetri di diametro sulla parte sinistra del torace, quasi ala spalla. Per curare la bruciatura decise dio applicare un farmaco chiamato “Unguento Picrato de Butesin”. Per quanto concerneva gli altri sintomi, diagnosticò come origine una causa vegetale; pensò che Inacio avesse mangiato “qualche erba cattiva”. Decisi di riferire al dottore quello che era successo. Sorpreso, il medico domandò a Inacio: - Qualcun altro ha visto quegli uomini? -. Inacio rispose:  -Mia moglie -. Allora il dottore mi prese da parte e mi chiese se avessi mai parlato a Inacio degli UFO.  Gli risposi di no. Chiese a Inacio se avesse mai visto in qualche altra occasione quel tipo di aereo o se qualcuno glie ne avesse mai parlato. Inacio rispose: - No, signore, non ne ho mai visti e non ne ho sentito parlare -. Il dottore prescrisse a Inacio il ricovero in clinica e l’esame completo delle feci, dell’urina e del sangue.
“Quattro giorno dopo essere rimasto in osservazione, Inacio fu rimandato a casa . Sorpreso che il trattamento non fosse durato più a lungo, andai dal medico.  Questi mi disse che il caso di Inacio era senza speranza, che gli esami avevano rivelato che era stato colpito da leucemia, il cancro del sangue, e che gli restavano sessanta giorni di vita al massimo. Mi disse ancora: - … E il malato mi ha suggerito di dimenticare tutto quello che gli è successo… è inteso che lui non ha visto niente. Ha un nome da salvaguardare, e tutto questo non farà che creare panico. Quanto a me, io non ho sentito e non ho visto niente. Ho una reputazione e, per me, questo è un caso di leucemia”.
Dal racconto della moglie, lo stato di salute di Inacio cominciò a peggiorare. Il malato presentava sula pelle di tutto il corpo delle macchie di un colore giallo biancastro, della dimensione di un’unghia, e aveva dolori terribili. Cominciò a dimagrire a vista d’occhio e, prima di morire,m era ridotto a pelle e ossa. Accomandava sempre alla moglie di bruciare il letto, il materasso  e la biancheria dopo la sua morte, che ebbe luogo l’11 ottobre 1967. Tutti i suoi effetti personali furono bruciati, secondo il suo desiderio.
Inacio de Souza presentava i sintomi classici della leucemia di origine radioattiva, di cui è morto nei sessanta giorni previsti dal medico.  A partire dal momento in cui ha ricevuto il raggio luminoso verde, la sua salute è stata intaccata e ha cominciato a presentare tutti i sintomi caratteristici dell’esposizione  a radiazioni ionizzanti mortali.» (1)
Si potrebbero svolgere molte riflessioni sulla dinamica del fatale incidente verificatosi tra il protagonista e le creature aliene; e si potrebbe fare del moralismo a buon mercato, sostenendo che, se il primo non avesse imbracciato il fucile e non avesse preso di mira uno degli alieni, le cose non avrebbero assunto una piega così tragica.
Sta di fatto, che se Inacio de Souza si comportò nel modo che sappiamo, lo fece perché ebbe la percezione di un pericolo imminente, gravissimo e forse mortale, per sé e per la propria famiglia; e che l’attitudine “giocosa” degli alieni, posto che fosse tale, contrasta irrimediabilmente con quel loro correre verso di lui dopo averlo indicato a dito, allorché erano atterrati con la loro aeronave davanti alla sua fattoria. Chiunque, al posto di de Souza, si sarebbe sentito mortalmente minacciato; né le creature fecero il minimo gesto che facesse pensare a una volontà di non spaventare i terrestri o, almeno, di non essere equivocate, se le loro intenzioni erano realmente pacifiche.
Del resto, il fatto che de Souza fosse una brava persona è ulteriormente dimostrato dal modo in cui elaborò l’incidente che lo aveva visto protagonista: già gravemente malato e con la prospettiva di dover lasciare una moglie e cinque bambini, la prima cosa che disse al padrone della fattoria, quando questi venne a trovarlo, fu che aveva ucciso un uomo (un uomo, si badi, e non un extraterrestre). Si angustiava per aver commesso una azione del genere, e sia pure in stato di necessità: più ancora che per il proprio destino, era pieno di rammarico per un dilemma di coscienza, vale a dire se la sua reazione armata fosse stata legittima e giustificabile.
Ora, se quelle creature aliene erano davvero animate da intenzioni pacifiche, come mai non si preoccuparono affatto di palesarle; come mai non immaginarono che un uomo spaventato avrebbe cercato di difendere se stesso e i propri cari da una palese minaccia? Era davvero così difficile prevedere che la paura lo avrebbe spinto a tentare di opporsi a quello che aveva tutte le apparenze di un tentativo di rapimento? E stavano proprio “giocando” allorché de Souza e sua moglie rientrarono alla fattoria, oppure stavano compiendo qualche altra operazione? Dobbiamo pensare a degli alieni giocherelloni ma pronti a colpire i terrestri con il “raggio della morte” alla prima, comprensibile reazione difensiva da parte di questi ultimi?

 



Il secondo caso brasiliano di questo genere - e il primo in ordine di tempo - è quello verificatosi nello Stato di San Paolo nel 1946. Si faccia caso alla data, perché , all’epoca, si parlava ancora pochissimo di fenomeni relativi agli Oggetti volanti non identificati e a possibili atterraggi di creature aliene, in quanto - come è noto - il “boom” ufologico si manifestò solo a partire dal gennaio del 1948, con la spettacolare vicenda del capitano Mantell.
Scrive ancora R. Jack Perrin:
«Si era nel corso dell’anno 1946, a Araçariguama, ad alcuni chilometri dalle rive del rio Tiete. Il povero villaggio non era ancora stato fornito di luce elettrica, né di rete telefonica e si trovava lontano dalle grandi vie di comunicazione. Nel suo isolamento, si riduceva a una superficie di terra battuta, circondata da alcune veccie case e dalla storica chiesa diocesana  (Igreja Matiz). Zona rustica  e dedita esclusivamente alla coltivazione dei cereali, dove nulla faceva ancora presagire gli ulteriori sviluppi del progresso.
Tutta la storia di questo villaggio si riduceva a una lenta successione di abitudini quotidiane praticamente identiche.  C’era però un’eccezione: durante la notte, strane luci facevano evoluzioni, descrivevano a balzi delle traiettorie irregolari, nel cielo sopra i monti e i boschi della regione, dando origine a opinioni divergenti nel corso delle conversazioni nelle consuete riunioni. In breve: qualcosa di nuovo, di sorprendente e di misterioso. João Prestes Filho  aveva invitato il suo amico Salvador dos Santos, di 39 anni, vivente ancora oggi [nel 1976, n. b.] a una gara di pesca sulle rive del Tiete. Egli disse a sua moglie di portare i bambini ad assistere alle feste del Carnevale, e le chiese di lasciare, nel frattempo, appena socchiusa una delle finestre della casa attraverso la quale, al suo ritorno dalla pesca,  avrebbe potuto rientrare.
Prestes e Salvador passarono la giornata a pescare allegramente e senza preoccupazioni. Verso le 19, sotto una bruma leggera e uniforme, come quando l’atmosfera non è tempestosa ma serena e dunque inadatta alla formazione di lampi […], ritornarono dal fiume e si separarono a una biforcazione della strada, dirigendosi ognuno verso la propria casa,  poiché abitavano distanti l’un dall’altro.
Un’ora dopo Prestes, terrorizzato, irruppe nella casa di sua sorella Mari , spiegando con voce alta e rotta che, quando tentò di aprire la finestra (o la porta-finestra) di casa sua, fu colpito da un silenzioso fascio di luce, dal quale si protesse gli occhi, e, naturalmente, la testa con le mani. Stordito, cadde al suolo per alcuni brevi istanti, senza perdere conoscenza. Si alzò e si mise a correre , mentre i suoi movimenti rimanevano apparentemente normali, verso il centro del villaggio, in cerca di aiuto.
I vicini di Maria, ivi compreso Aracy Gomide [principale testimone dell’evento, un ispettore fiscale di 39 anni], furono immediatamente chiamati. Prestes non smetteva di ripetere la sua storia. Oggi, Gomide dichiara di essere sempre stato vicino a Prestes. I capelli, la testa, gli occhi, gli abiti (camicia a maniche corte, pantaloni arrotolati, né cappello né scarpe)  e le parti del corpo di Prestes non protette dai vestiti non presentavano tracce di bruciature profonde o leggere, né d’anomalie. Gli occhi erano dilatati per lo spavento, la voce eccitata.
Ma poco dopo la scena si volse rapidamente al’orrore: le ferite di Prestes cominciarono a diventare visibili, la carne diventò come se fosse stata cotta per lunghe ore in acqua bollente. Cominciò a staccarsi dalle ossa, cadendo a pezzi dalle mascelle, dal petto, dalle braccia, dalle mani, dalle dita, dalla parte inferiore delle gambe, dai piedi, e dalle dita del piede. Alcuni frammenti di carne rimanevano sospesi per i tendini, e quelli che assistevano non osavano strapparli,. Poi tutto rovinò in maniera imprevedibile. I denti e le ossa erano a nudo. Prestes rifiutò energicamente l’acqua e i cibi che gli furono offerti,  ma parve non sentire mai dolore.
Il naso e le orecchie si staccarono, rotolando lungi il corpo fino al pavimento. Uno spettro terrificante si sfasciava di mutilazione in mutilazione. Occhi sgranati al terrore. Parole già disarticolate in una bocca che si deformava. Restavano solo dei suoni, il cui significato andava perso.
Nella confusione generale quello che restava del corpo già decomposto di Prestes fu caricato su una caretta per essere portato alla Santa Casa di Santana de Parnaiba, il più vicino ospedale.
Sei ore dopo ‘aggressione della luce, ad Araçariguama tornò un cadavere, poiché Prestes morì nel corso del viaggio, prima di raggiungere l’ospedale.
Fino ai suoi ultimi istanti, dalla bocca uscivano suoni gutturali che si fermavano proprio ai denti. Forse continuava a ripetere la sua storia d’orrore?
Dato che non ci fu un esame medico, il certificato di morte, che fu firmato da parecchi testimoni ignoranti, diceva: “Morte per ustioni diffuse”.  Parole inadeguate a tradurre quella morte atroce  e sconosciuta dalla nostra scienza attuale, poiché i sintomi e l’insieme degli avvenimenti  non corrispondevano a delle lesioni che potessero essere prodotte vuoi dall’elettricità, vuoi a radiazioni conosciute.
La polizia fece alcune ricerche che non condussero a niente  di valido da aggiungere al certificato di morte.  Sul posto non fu rilevata alcuna traccia, né al di fuori né al’interno della casa…»
In questo caso, la componente ufologica vera e propria rimane sullo sfondo: nelle notti precedenti l’incidente di Prestes, strane luci evoluivano in cielo, secondo modalità misteriose e incomprensibili; luci che furono viste anche nei giorni seguenti nel cielo di Araçariguama nei loro bizzarri spostamenti, inattesi e capricciosi. Quelle luci, ad ogni modo, non possono essere state confuse con dei lampi atmosferici, date le condizioni del tempo.
L’elemento centrale è invece costituito da quel micidiale raggio di luce che investì il povero Prestes e che gli provocò un rapidissimo, orribile processo degenerativo delle cellule del corpo, apparentemente in seguito all’esposizione a delle radiazioni di natura sconosciuta.
Quanto alle modalità della morte di Prestes, che sembrano essere state immaginate dal soggettista di un film dell’orrore, esse sono state narrate, fra gli altri, da un teste assolutamente degno di fede - un ispettore fiscale, poi promosso alla carica di tesoriere municipale - che non aveva il minimo motivo per inventarsi una storia del genere.  Né l’avevano Gailherme da Silva Pontes e Jonas de Souza, entrambi commercianti, e João Gennari, di professione mediatore.
Il povero Prestes non vide creature aliene; anzi, non vide creature di alcun tipo: semplicemente, fu colpito da una luce improvvisa mentre stava per entrare in casa attraverso la finestra, non è chiaro se proveniente dall’interno o dall’esterno di essa. Se la luce proveniva dall’interno, allora bisogna dedurne che gli alieni fossero già penetrati in casa sua e che, disturbati dal suo arrivo, abbiano reagito con violenza; se erano all’esterno, la loro aggressione appare ancora più inspiegabile e sproporzionata.
Quale pericolo poteva mai rappresentare, per essi, quell’uomo scalzo ed inerme? Forse che la sua canna da pesca venne scambiata per un’arma, come quella che imbracciò Inacio de Souza nell’episodio di Crixas sopra riportato? Difficile immaginarlo: tutta la scena fa pensare ad una aggressione deliberata o, addirittura, al sadico piacere di sperimentare su una creatura umana gli effetti di un’arma straordinariamente potente.
Non vi è traccia di pietà o anche semplicemente di ragionevolezza in un comportamento del genere; non più di quanta se ne potrebbe trovare nel gesto di un uomo che, infastidito dalla vista di un ranocchio, lo schiaccia con il tacco della scarpa, così, solo per toglierselo davanti dagli occhi. Nulla che faccia pensare all’azione di creature spiritualmente evolute, di creature il cui sviluppo tecnologico sia proporzionato a quello spirituale.
Che cosa facevano quelle luci notturne, nel cielo di Araçariguana, prima e dopo il tragico incidente che costò al testimone una morte così terribile? Erano forse in missione esplorativa; stavano eseguendo rilevamenti o stavano testando, in qualche modo, le eventuali reazioni delle creature terrestri, per valutarne il potenziale tecnologico e offensivo? Non lo sappiano; scomparvero qualche giorno dopo il fatto e non se ne seppe più nulla.



Ad ogni modo, episodi come questo - e come il precedente - dovrebbero fare riflettere gli ingenui assertori dell’indole pacifica e delle benevole intenzioni dei visitatori extraterrestri, e anche quei radioastronomi o quegli organizzatori delle missioni spaziali che studiano tutti i modi possibili per comunicare con intelligenze presenti in altri luoghi dell’Universo.
È possibile che la storia umana non abbia insegnato nulla a costoro? Là dove una civiltà materialmente più progredita entra bruscamente a contatto con una meno progredita, per quest’ultima è la fine: essa subisce il destino degli Aztechi, degli Incas, dei Pellirossa o degli Aborigeni australiani.
Se, poi, non si tratta solo di dislivello tecnologico, ma di una notevole differenza biologica, come nel caso del’uomo rispetto agli altri animali, sappiamo altrettanto bene quel che succede: le creature che si sentono “superiori” non esitano ad agire nei confronti delle altre come se avessero ogni diritto da far valere e nessun dovere o limite da rispettare.
Forse che la maggior parte degli esseri umani si sente in colpa per il fatto di allevare bovini da macello e di nutrirsi di bistecche di manzo, o per il fatto di spargere nelle campagne veleni chimici destinati a distruggere i “parassiti” delle coltivazioni? Eppure, il concetto di “parassita” è a dir poco opinabile: non è forse l’uomo, da un punto di vista ecologico, il più grande parassita del nostro pianeta? Che cosa offre egli all’ambiente in cui vive, in cambio delle stragi indiscriminate e della incessante manipolazione che compie nei confronti di tutte le altre forme di vita e dell’ambiente medesimo?
Se davvero una razza, o più razze, di creature intelligenti sono in grado di raggiungere la Terra, noi dovremmo pregare con il massimo fervore che il loro livello spirituale sia almeno un poco superiore a quello dei “conquistadores” spagnoli del XVI secolo o a quello dei coloni inglesi del continente australiano nel XIX.
Ma siamo poi certi che si tratti di creature provenienti da altri mondi; o non è verosimile che almeno una parte di esse provenga da una o più dimensioni parallele alla nostra, ma dal nostro stesso mondo? Non è verosimile, come abbiamo ipotizzato in precedenti lavori, che codeste creature interdimensionali siano prodotte da operazioni di magia nera; che siano esseri spirituali dominati dal “tamo-guna”, dall’ignoranza e dalla follia, capaci di assumere a piacere le apparenze di un corpo fisico e di agire anche sul piano materiale; o che siano, puramente e semplicemente, delle forze del Male, il cui scopo è provocare spavento e angoscia negli esseri umani, vuoi per meglio assoggettarli, vuoi per “succhiarne” le emozioni negative, vale a dire le vibrazioni energetiche a bassa frequenza emesse dal loro campo emozionale?
Sia come sia, è certo che in molti casi di incontri ravvicinati e di rapimenti alieni, le creature provenienti da altri mondi o da altre dimensioni agiscono con il più grande sprezzo per i sentimenti e le emozioni degli esseri umani, per il loro terrore, per la loro vita: come se non tenessero in alcun conto gli effetti che le loro visite producono su di essi.
Non basterebbe già questo per metterci sull’avviso e per indurci a sospettare che si tratta, in ogni caso, di creature scaturite dal Male?

di Francesco Lamendola - 28/06/2010

Fonte: X - Times



NOTE

1) R. Jack Perrin,  «Contatti UFO» (titolo originale: «Le Mystère des OVNI. Fantastiques contacts extra-terrestres», Editions Pygmalion, 1976; traduzione italiana di Lucia Pontorieri, Milano, Giovanni De Vecchi Editore, 1978, pp.  125-129.
2) Ibidem, pp. 133-135.

 

Fonte: https://www.ariannaeditrice.it

 

 

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