A causa dell'invasione del Portogallo da parte delle truppe napoleoniche il governo di Lisbona fuggì in Brasile, che divenne per un pò di anni il centro dell'impero portoghese. Ecco una descrizione su questo periodo storico.

Dipinto d'epoca che raffigura l'imbarco della famiglia reale portoghese sul molo di Belém, a Lisbona, il 29 novembre 1807, con le carrozze, la folla e le imbarcazioni che trasferiscono la corte verso le navi alla fonda nel Tago.
L'Europa alla vigilia della fuga.
Nell'estate del 1807 l'Europa continentale era ormai quasi interamente sotto il controllo di Napoleone Bonaparte. Le paci di Tilsit, firmate nel luglio di quell'anno con lo zar Alessandro I di Russia e con il re di Prussia, avevano chiuso la guerra della quarta coalizione e lasciato la Gran Bretagna nella posizione di unica potenza ancora in aperto conflitto con la Francia. Per piegare l'isola, che non poteva essere invasa dopo le sconfitte navali francesi, Napoleone aveva emanato nel novembre 1806 il decreto di Berlino, istitutivo del cosiddetto sistema continentale: un blocco economico che vietava a ogni paese europeo di commerciare con i britannici. Chiunque avesse mantenuto aperti i propri porti alle navi e alle merci di Londra sarebbe stato trattato come nemico dell'impero francese. In questo quadro, la penisola iberica rappresentava una delle poche falle del blocco. La Spagna di Carlo IV, dominata dal favorito Manuel Godoy, oscillava tra alleanza e sudditanza verso Parigi, mentre il Portogallo si trovava in una posizione particolarmente delicata. Il regno dei Braganza era legato alla Gran Bretagna da un'alleanza antichissima, tradizionalmente fatta risalire ai trattati del 1373 e di Windsor del 1386, e la sua economia dipendeva in larga misura dal commercio con i mercanti britannici, soprattutto attraverso l'esportazione del vino di Porto. Ogni tentativo di rispettare fino in fondo il sistema continentale avrebbe strangolato l'economia portoghese; ogni rifiuto avrebbe attirato le armate francesi.
Il Portogallo stretto tra due potenze.
A governare il Portogallo era il principe reggente Giovanni, che esercitava il potere in nome della madre, la regina Maria I, dichiarata incapace di regnare a causa della sua malattia mentale. Il governo di Lisbona cercò per mesi una via di neutralità formale: nell'ottobre 1807 annunciò la chiusura dei porti alle navi britanniche, ma si rifiutò di confiscare i beni dei sudditi britannici e di arrestarli, come pretendeva Napoleone. Questa adesione solo parziale al blocco non soddisfece Parigi, che la considerò la prova che il Portogallo restava una porta aperta per l'oro e le merci inglesi. Il regno portoghese, peraltro, conosceva già il prezzo di uno scontro con i vicini. Nel 1801, durante la breve guerra delle Arance, le truppe spagnole guidate da Godoy avevano invaso il paese e il trattato di Badajoz aveva imposto a Lisbona la cessione di Olivenza e pesanti condizioni commerciali. Quella umiliazione aveva mostrato quanto fosse fragile la difesa portoghese, priva di un esercito paragonabile a quelli delle grandi potenze. Di fronte alla nuova minaccia, la corte cominciò quindi a considerare in segreto un'ipotesi estrema, già discussa in passato nei momenti di crisi: il trasferimento della famiglia reale e del governo nei domini d'oltremare, in Brasile.

Ritratto del principe reggente Giovanni, poi re Giovanni VI, realizzato dal pittore portoghese Domingos Sequeira, con la fascia e le insegne degli ordini cavallereschi della casa di Braganza.
Il trattato di Fontainebleau e l'ombra dell'invasione.
Il 27 ottobre 1807 Francia e Spagna firmarono il trattato di Fontainebleau, che stabiliva l'ingresso di truppe francesi in territorio spagnolo per invadere il Portogallo e ne pianificava la spartizione: una parte settentrionale destinata a un sovrano della casa di Borbone, una parte meridionale promessa a Godoy con il titolo di principe degli Algarve, e il resto riservato alla Francia fino a una pace generale. Nelle stesse settimane un'armata francese al comando del generale Jean-Andoche Junot attraversava la Spagna in una marcia durissima, diretta al confine portoghese, mentre Napoleone dichiarava pubblicamente che la casa di Braganza aveva cessato di regnare in Europa. In quel frangente Lisbona negoziava in segreto con Londra una convenzione che garantiva l'appoggio della marina britannica all'eventuale imbarco della corte, evitando che la famiglia reale cadesse nelle mani di Napoleone. Una squadra navale inglese incrociava già alla foce del Tago, pronta a intervenire. Mentre l'esercito di Junot avanzava tra strade fangose e rifornimenti incerti, il governo portoghese si trovò davanti alla scelta definitiva: restare e sottomettersi, oppure partire.
I preparativi per un eventuale trasferimento oltreoceano.
L'idea di trasferire la monarchia portoghese in Brasile non nacque improvvisamente nel panico del 1807, ma affondava le sue radici in oltre due secoli di dibattiti strategici e visioni imperiali. Già nel diciassettesimo secolo, durante le crisi dell'Unione Iberica e le successive guerre per il ripristino dell'indipendenza portoghese, intellettuali e consiglieri reali avevano ipotizzato l'America del Sud come un rifugio sicuro. Il celebre gesuita e diplomatico padre António Vieira teorizzò che il Brasile potesse diventare il centro del Quinto Impero profetizzato nelle scritture, sostenendo che la corte avrebbe dovuto spostarsi nella colonia per garantire la sopravvivenza e la grandezza della nazione al riparo dalle continue guerre europee. Questa visione trasformava il Brasile da semplice possedimento coloniale a potenziale cuore pulsante di un nuovo impero atlantico. Nel secolo successivo, la minaccia di un'invasione straniera rese questa ipotesi molto più concreta e vicina alla realizzazione. Durante la Guerra dei Sette Anni, e in particolare nel 1762, quando la Spagna e la Francia minacciarono di invadere il Portogallo in quella che fu nota come la Guerra Fantastica, il potente primo ministro Sebastião José de Carvalho e Melo, meglio conosciuto come Marchese di Pombal, preparò segretamente i piani per l'evacuazione della famiglia reale. Pombal considerava il trasferimento a Rio de Janeiro una valida strategia per salvare la dinastia dei Braganza e, soprattutto, per proteggere le immense ricchezze generate dalle colonie, arrivando ad autorizzare la spesa di ingenti somme di denaro per preparare le infrastrutture amministrative e militari in Brasile. Sebbene la pace fosse stata raggiunta prima che la flotta dovesse salpare, il precedente era stato stabilito e i canali logistici erano stati mappati. Alla fine del diciottesimo secolo, questa strategia fu ripresa e perfezionata da Dom Rodrigo de Sousa Coutinho, Segretario di Stato per la Marina e i Territori d'Oltremare. Sousa Coutinho fu il principale architetto di quella che gli storici definiscono l'americanizzazione dell'impero portoghese, un progetto politico che mirava a elevare il Brasile al rango di centro vitale della monarchia, integrando le élite locali e sviluppando le manifatture e le istituzioni scientifiche della colonia. In questo contesto, il ruolo della Gran Bretagna divenne decisivo. I trattati storici e le convenzioni segrete stipulate con Londra garantivano che, in caso di estrema necessità, la potente Royal Navy avrebbe scortato e protetto la flotta portoghese attraverso l'Atlantico, assicurando che l'impero non cadesse nelle mani di Napoleone e mantenendo aperti i lucrosi commerci sotto l'egida britannica. Quando l'armata di Junot si mise in marcia nel 1807, il governo di Lisbona non stava quindi improvvisando una fuga disperata, ma stava eseguendo un piano di contingenza lungamente discusso e diplomaticamente blindato.
Il blocco continentale e l'accerchiamento economico.
Dopo aver sconfitto le principali potenze continentali nella guerra della quarta coalizione, Napoleone Bonaparte si rese conto di non poter piegare militarmente la Gran Bretagna, ormai padrona indiscussa dei mari dopo la vittoria di Trafalgar del 1805. Per sconfiggere il nemico britannico, l'imperatore francese decise di colpirlo sul piano economico. Nel novembre del 1806 emanò il celebre decreto di Berlino, istituendo il sistema continentale, un blocco che vietava a tutti i paesi europei sotto l'influenza francese di commerciare con le isole britanniche e di accoglierne le navi nei propri porti. L'obiettivo era far crollare l'economia inglese tagliando fuori Londra dai mercati continentali. Affinché questo embargo avesse successo, tuttavia, era indispensabile che ogni singolo stato costiero dell'Europa vi aderisse senza eccezioni e con il massimo rigore.

Dipinto dei primi anni dell'Ottocento che mostra una strada affollata di Rio de Janeiro dopo l'arrivo della corte portoghese, con i nuovi abitanti europei, i venditori ambulanti, le portantina e i carri che animano la ex capitale coloniale.
L'antica alleanza con la Gran Bretagna.
In questo contesto strategico, il Portogallo rappresentava la falla più evidente e fastidiosa nel blocco continentale. Il regno lusitano era legato alla Gran Bretagna da un'alleanza storica e inossidabile, formalizzata dal trattato di Windsor del 1386, che prevedeva mutua assistenza militare e commerciale. L'economia portoghese dipendeva in modo massiccio dai commerci con i mercanti inglesi, in particolare per l'esportazione del vino di Porto e per l'importazione di manufatti e derrate coloniali. Napoleone intimò al governo di Lisbona di chiudere i propri porti alle navi britanniche, di confiscare i beni dei sudditi inglesi presenti nel paese e di dichiarare guerra a Londra. Il principe reggente Giovanni si trovò in una posizione insostenibile: obbedire a Napoleone avrebbe significato mandare in rovina l'economia nazionale e inimicarsi la più grande potenza navale del mondo, mentre rifiutare avrebbe attirato l'inevitabile ira delle armate francesi. Il tentativo portoghese di temporeggiare e di adottare misure solo parziali, come la chiusura formale dei porti senza la confisca dei beni, non fu sufficiente a placare le ambizioni di Parigi.
Il trattato di Fontainebleau e la spartizione del regno.
Di fronte all'esitazione di Lisbona, Napoleone decise di risolvere la questione con la forza e con l'inganno diplomatico, approfittando anche delle debolezze interne della vicina Spagna. Il 27 ottobre 1807 la Francia e la Spagna di Carlo IV, dominata dall'impopolare favorito Manuel Godoy, firmarono segretamente il trattato di Fontainebleau. L'accordo prevedeva la spartizione del Portogallo in tre parti: la provincia di Entre-Douro-e-Minho, con la città di Porto, sarebbe stata assegnata al re d'Etruria come risarcimento per i territori perduti in Italia; la provincia dell'Alentejo e l'Algarve sarebbero stati concessi in sovranità a Godoy, con il titolo di principe delle Algarve; le restanti province centrali sarebbero state amministrate direttamente dalla Francia fino alla pace generale, per poi essere usate come merce di scambio con la Gran Bretagna. Per dare esecuzione a questo piano, il trattato permetteva il passaggio di un corpo d'armata francese guidato dal generale Jean-Andoche Junot attraverso il territorio spagnolo, per marciare direttamente su Lisbona e deporre la casa di Braganza, considerata da Napoleone non più degna di regnare in Europa.
L'avanzata di Junot e la caduta di Lisbona
Nel novembre del 1807 l'armata francese guidata dal generale Jean-Andoche Junot, forte di circa venticinquemila uomini, varcò il confine portoghese dopo aver attraversato la Spagna in base agli accordi di Fontainebleau. La marcia si rivelò durissima: piogge torrenziali, strade dissestate e carenza di rifornimenti sfiancarono le colonne, tanto che alle porte della capitale giunse inizialmente solo una frazione ridotta dei soldati partiti, mentre il grosso dell'esercito arrancava più indietro. Lisbona, priva di difese efficaci e con un esercito regolare inadeguato allo scontro, non oppose resistenza. Il 30 novembre 1807 Junot entrò nella città e ne prese possesso in nome di Napoleone, che in quei giorni dichiarò solennemente che la casa di Braganza aveva cessato di regnare in Europa.
La decisione di partire e l'imbarco della corte.
Mentre le avanguardie francesi si avvicinavano, il principe reggente Giovanni prese la decisione definitiva di trasferire la corte in Brasile, in attuazione dei piani di contingenza discussi nei decenni precedenti e della convenzione segreta stipulata con Londra in ottobre. Nella rada del Tago era già pronta la squadra navale britannica dell'ammiraglio Sidney Smith, incaricata di scortare e proteggere la flotta portoghese. Nei giorni immediatamente precedenti la partenza, Giovanni nominò un consiglio di reggenza incaricato di governare il regno in sua assenza e fece pubblicare un proclama con il quale ordinava alla popolazione di accogliere le truppe francesi senza resistenza, per evitare massacri e saccheggi in una guerra che non poteva essere vinta. L'imbarco avvenne in un clima di confusione e fretta estreme tra il 27 e il 29 novembre. Sulle navi salirono la regina Maria I, ormai anziana e mentalmente inferma, il principe reggente con la moglie Carlota Joaquina e i figli, tra i quali i futuri sovrani Pedro e Miguel, i ministri, gli alti funzionari dello stato, la nobiltà di corte, il clero e migliaia di servitori: le stime parlano di un numero complessivo compreso tra le diecimila e le quindicimila persone. Con loro furono caricati il tesoro reale, gli archivi di stato e i beni più preziosi della corona. Il 29 novembre 1807 la flotta, composta da decine di vascelli tra navi di linea, fregate e trasporti, levò le ancore; il giorno successivo le truppe di Junot sfilavano per le strade di Lisbona.
La traversata dell'Atlantico e l'arrivo in Brasile.
La traversata fu lunga e difficile. Le tempeste invernali dispersero più volte la flotta, separando le navi e costringendo i convogli a navigare isolati per settimane in mezzo all'Atlantico, con scorte d'acqua e viveri razionate e condizioni igieniche durissime a bordo. Il gruppo di navi che trasportava la famiglia reale riuscì tuttavia a mantenere la rotta verso il Brasile. Il 22 gennaio 1808 i vascelli con a bordo il principe reggente gettarono le ancore nella baia di Salvador, nella capitania di Bahia, dove Giovanni fu accolto con entusiasmo e dove pochi giorni dopo firmò il decreto che apriva i porti brasiliani al commercio delle nazioni amiche, segnando la fine del patto coloniale che aveva vincolato il Brasile al solo mercato portoghese. Dopo una breve sosta, la corte riprese il mare verso la capitale della colonia. Il 7 marzo 1808 la famiglia reale sbarcò a Rio de Janeiro, che da quel momento cessò di essere una città coloniale per diventare la sede effettiva della monarchia portoghese e il centro di un impero atlantico.
L'apertura dei porti e le prime riforme.
L'arrivo della famiglia reale in Brasile segnò una frattura immediata e irreversibile con il passato coloniale. Pochi giorni dopo l'approdo a Salvador, nella capitania di Bahia, il 28 gennaio 1808 il principe reggente Giovanni firmò il celebre decreto di apertura dei porti alle nazioni amiche. Questo provvedimento pose fine al rigido patto coloniale che per secoli aveva imposto al Brasile di commerciare esclusivamente con la madrepatria portoghese, aprendo di fatto le coste sudamericane al commercio internazionale e, in particolare, a quello britannico. La decisione, fortemente caldeggiata dai ministri e dalle élite locali, garantì la sopravvivenza economica della colonia in un momento in cui il Portogallo continentale era caduto in mano francese, ma al contempo legò in modo strutturale l'economia brasiliana agli interessi commerciali di Londra.

Stampa d'epoca con una veduta della baia di Rio de Janeiro, con le palme, il lungomare e le imbarcazioni, nello stesso periodo in cui la città divenne sede della monarchia portoghese.
La trasformazione di Rio de Janeiro in capitale dell'impero.
Nel marzo del 1808 la corte si trasferì definitivamente a Rio de Janeiro, che da quel momento cessò di essere una semplice sede vicereale per diventare il centro politico e amministrativo di un impero atlantico. Per ospitare migliaia di cortigiani, funzionari e ministri, la città dovette subire una profonda e spesso caotica trasformazione urbana. Le residenze più prestigiose furono requisite per ospitare la famiglia reale e le istituzioni statali, costringendo i precedenti proprietari a cercare nuove sistemazioni. Allo stesso tempo, la presenza della monarchia in un territorio d'oltremare costrinse il governo a creare ex novo tutte quelle infrastrutture tipiche di una capitale europea: nacquero la stamperia reale, la Banca del Brasile, la biblioteca nazionale, il giardino botanico, l'accademia militare e il teatro reale. Queste istituzioni permisero per la prima volta la circolazione delle idee illuministe, la formazione di un ceto intellettuale locale e lo sviluppo di una stampa che, seppur soggetta alla censura, iniziò a dibattere i destini della nazione.
La fine delle guerre napoleoniche e l'elevazione a regno.
Mentre la corte prosperava ai tropici, in Europa la situazione politica subiva continui stravolgimenti. Nel 1808 la popolazione spagnola si ribellò all'occupazione francese, innescando la lunga guerra peninsulare, e un esercito britannico guidato dal duca di Wellington sbarcò in Portogallo per scacciare le truppe di Junot. Nonostante la liberazione del territorio continentale, la famiglia reale non mostrò alcuna intenzione di fare ritorno a Lisbona. La sconfitta definitiva di Napoleone nel 1814 e la convocazione del Congresso di Vienna nel 1815 posero però un grave problema diplomatico: le potenze europee riunite non accettavano che un impero sovrano fosse governato da una colonia. Per aggirare questo ostacolo giuridico, nel dicembre del 1815 Giovanni emanò un decreto che elevava il Brasile al rango di regno, creando il Regno Unito di Portogallo, Brasile e Algarve. Con questo atto, il Brasile cessava formalmente di essere un possedimento coloniale per diventare una parte integrante e paritaria della monarchia lusitana.
Le ambizioni continentali e il malcontento in Portogallo.
L'insediamento della corte a Rio de Janeiro non si limitò a riorganizzare l'amministrazione interna, ma proiettò le ambizioni portoghesi su scala continentale. Sotto la forte influenza della principessa Carlota Joaquina, che nutriva ambizioni dinastiche sui territori spagnoli confinanti, il governo organizzò spedizioni militari verso sud. Tra il 1811 e il 1817, approfittando del vuoto di potere lasciato dalle guerre di indipendenza spagnole, l'esercito portoghese invase e annetté la Banda Oriental, l'attuale Uruguay, ribattezzandola Provincia Cisplatina. Questa espansione territoriale consolidò il controllo lusitano sul bacino del Rio della Plata, ma generò una forte tensione con le nascenti repubbliche sudamericane. Parallelamente, la situazione nella madrepatria si faceva sempre più tesa. Il Portogallo, pur essendo stato liberato dai francesi, era rimasto di fatto sotto il controllo militare britannico e governato da un consiglio di reggenza lontano e distante dai problemi della popolazione. La rovina economica seguita alle invasioni napoleoniche, unita alla consapevolezza che il sovrano e le ricchezze dell'impero risiedevano ormai stabilmente in America, fece crescere un profondo risentimento tra i militari e i mercanti portoghesi, ponendo le basi per le rivolte liberali che sarebbero esplose negli anni successivi.
La morte della regina e i primi moti repubblicani.
Nel marzo del 1816 la regina Maria I morì a Rio de Janeiro, ponendo fine al suo lungo e tormentato regno. Il principe reggente Giovanni divenne ufficialmente sovrano con il nome di Giovanni VI, anche se la cerimonia di incoronazione fu ritardata fino al 1818. Mentre la corte consolidava il proprio potere nella capitale, le tensioni nelle altre province brasiliane iniziarono a manifestarsi in modo violento. Nel 1817 scoppiò la rivolta pernambucana, un'insurrezione di matrice repubblicana e massonica che cercava di staccare la regione nord-orientale dal controllo di Rio de Janeiro. Il movimento fu represso nel sangue dalle truppe fedeli alla corona, ma costituì un segnale inequivocabile del crescente nazionalismo brasiliano e dell'insofferenza verso il centralismo della corte trasferitasi d'oltreoceano.
La rivoluzione liberale di Porto e la crisi dell'impero.
La situazione precipitò in Europa nell'agosto del 1820, quando nella città portoghese di Porto scoppiò una rivoluzione di stampo liberale. I militari e la borghesia lusitana, esasperati dalle rovine economiche causate dalle guerre napoleoniche e dalla perdita del monopolio commerciale sul Brasile, chiedevano il ritorno immediato del re, l'espulsione del maresciallo britannico Beresford e la convocazione di un'assemblea costituente. Le richieste dei rivoltosi si diffusero rapidamente a Lisbona e in tutto il Portogallo continentale. Il governo di Rio de Janeiro si trovò di fronte a un bivio drammatico: ignorare la madrepatria, rischiando una frattura definitiva, o cedere alle richieste delle Cortes, le assemblee parlamentari che si stavano formando in Portogallo.

Immagine composita con tre figure chiave della rottura con il Portogallo: a sinistra Maria Leopoldina d'Austria, moglie di Pedro, al centro il principe Pedro a cavallo nel momento del grido dell'Ipiranga, a destra il ministro José Bonifacio de Andrada e Silva.
Il ritorno di Giovanni VI e la reggenza di Pedro.
All'inizio del 1821, Giovanni VI decise di accondiscendere alle richieste dei liberali portoghesi e preparò il suo ritorno in Europa. Il sovrano lasciò Rio de Janeiro in aprile, portando con sé buona parte del tesoro reale, gli archivi di stato e circa quattromila cortigiani, lasciando il figlio primogenito Pedro come principe reggente del Brasile. Appena riunite a Lisbona, le Cortes portoghesi assunsero posizioni estremamente ostili verso l'assetto imperiale creato nel 1815. I deputati lusitani emanarono decreti che abolivano le istituzioni centrali di Rio de Janeiro, sottomettevano le province brasiliane direttamente al governo di Lisbona e intimavano al principe Pedro di compiere un viaggio di formazione in Europa, con l'evidente scopo di allontanarlo dal potere e riportare il Brasile al suo antico status coloniale.
Il giorno del fico e la rottura definitiva.
La reazione delle élite brasiliane fu immediata e compatta. I proprietari terrieri, i commercianti e gli intellettuali di Rio de Janeiro, che avevano beneficiato enormemente dell'elevazione a regno, si strinsero attorno al giovane principe reggente. Il 9 gennaio 1822, di fronte a una petizione firmata da migliaia di cittadini che gli chiedevano di disobbedire alle Cortes portoghesi, Pedro pronunciò la celebre frase passata alla storia come il giorno del fico, dichiarando che sarebbe rimasto in Brasile per il bene della nazione. Nei mesi successivi, il principe formò un ministero guidato da José Bonifacio de Andrada e Silva, iniziò a ignorare gli ordini provenienti da Lisbona e convocò un'assemblea costituente brasiliana.

Il grande rilievo bronzeo del monumento all'indipendenza del Brasile, a San Paolo, con la scritta indipendenza o morte incisa sul fregio e il braciere della fiamma perenne davanti ai cavalieri della proclamazione del 7 settembre 1822.
La dichiarazione di indipendenza e le conseguenze dinastiche.
La rottura divenne irreversibile quando giunsero in Brasile nuovi decreti delle Cortes che annullavano le decisioni del ministero di Pedro e minacciavano l'uso della forza. Il 7 settembre 1822, mentre si trovava in viaggio verso Santos, il principe ricevette i dispacci da Lisbona. Sguainando la spada sulle rive del fiume Ipiranga, pronunciò il grido di "indipendenza o morte", sancendo la nascita dell'Impero del Brasile. Giovanni VI, ormai tornato a Lisbona e prigioniero politico del nuovo regime costituzionale portoghese, riconobbe ufficialmente l'indipendenza della sua ex colonia solo pochi anni prima della sua morte, avvenuta nel 1826. Alla scomparsa del padre, Pedro ereditò brevemente il trono portoghese con il nome di Pietro IV, ma abdicò quasi immediatamente in favore della figlia Maria da Gloria, chiudendo per sempre l'era dell'impero atlantico unificato.
Le guerre liberali e il destino dei Braganza.
Il ritorno di Giovanni VI a Lisbona non portò la pace sperata. La regina Carlota Joaquina e il figlio minore, l'infante Michele, non avevano mai accettato il sistema costituzionale imposto dai liberali e tramavano incessantemente per restaurare l'assolutismo. Nel 1823, con la rivolta nota come Vilafrancada, Michele riuscì a far sospendere la costituzione, ma nel 1824 tentò un vero e proprio colpo di stato, la cosiddetta Abrilada, per detronizzare il padre. Solo l'intervento del corpo diplomatico straniero e l'appoggio del principe reggente dal Brasile permisero a Giovanni VI di sventare il complotto, condannando il figlio Michele all'esilio. Quando Giovanni VI morì nel marzo del 1826, si aprì un intricato nodo dinastico. Il legittimo erede era l'imperatore del Brasile, che salì al trono portoghese con il nome di Pietro IV. Consapevole dell'impossibilità di governare due imperi separati da un oceano e ostili l'uno all'altro, Pietro concesse al Portogallo una nuova Carta Costituzionale e abdicò immediatamente in favore della figlia primogenita, Maria da Gloria, ponendo come unica condizione che la bambina, appena settenne, sposasse lo zio Michele. L'obiettivo era quello di pacificare il paese unendo le due anime della famiglia reale. Il piano fallì miseramente. Michele rientrò dall'esilio nel 1828, ma invece di giurare fedeltà alla costituzione e sposare la nipote, si fece proclamare re assoluto con il nome di Michele I, scatenando l'ira dei liberali portoghesi. La penisola iberica fu così sconvolta dalle guerre liberali, un sanguinoso conflitto civile che vide contrapposti i sostenitori dell'assolutismo mighelista e i difensori della costituzione. La situazione costrinse Pietro a compiere una scelta drastica: nel 1831 abdicò al trono del Brasile in favore del figlioletto Pietro II e salpò per l'Europa, intenzionato a reclamare i diritti della figlia e a sconfiggere il fratello. Dopo aver organizzato un esercito e aver combattuto una dura campagna militare, Pietro riuscì a sconfiggere le forze migheliste nel 1834, costringendo il fratello a un nuovo e definitivo esilio. Maria da Gloria fu reinsediata sul trono, ma il trionfo di Pietro ebbe vita brevissima: l'ex imperatore del Brasile morì di tubercolosi nel settembre dello stesso anno, pochi giorni dopo aver vinto la sua ultima battaglia. Nel frattempo, in Sudamerica, il giovane Pietro II avrebbe regnato sul Brasile per quasi sessant'anni, guidando il paese attraverso l'abolizione della schiavitù e modernizzandolo, fino a quando un colpo di stato militare nel 1889 non pose fine all'impero e proclamò la repubblica, chiudendo per sempre la parabola della casa di Braganza nel continente americano.
Articolo del "Dottor Bishop", scritto in collaborazione con il Webmaster dell'Ansu.

I giardini e la facciata del palazzo nazionale di Queluz, presso Lisbona, una delle residenze della famiglia reale dei Braganza, dove nacque nel 1798 e morì nel 1834 quel Pedro che sarebbe diventato il primo imperatore del Brasile.
