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Foto del ragazzo somalo a cui sono stati attaccati degli elettrodi agli organi genitali. Versione censurata trovata presso: https://www.ilsuperuovo.it

 

(..) I caschi blu in Somalia e le accuse di torture Nel 1997 alcuni militari italiani impegnati in missione di pace in Somalia furono accusati di violenze e stupri sui somali. A distanza di anni, un'inchiesta indagò sugli abusi. Il maresciallo della Folgore, Valerio Ercole, nel 1997, subì un processo per aver praticato la tortura, ma fu assolto dalla Corte d’Appello di Firenze, per prescrizione. La difesa degli altri militari processati fu motivata dalla brutalità della situazione in cui erano costretti ad operare. La missione italiana in Somalia sotto l'egida dell'Onu, denominata 'Ibis' (cominciata il 13 Dicembre 1992 e conclusa il 21 marzo 1994) fu condotta dai parà della Folgore. Durante l'operazione di pace furono uccisi undici soldati italiani (luglio 1993), la giornalista Ilaria Alpi e il telecineoperatore Miran Hrovatin (marzo 1994). (..)

Fonte http://www.rainews.it

 


 

I crimini dei soldati italiani in Somalia sono stati commessi nel 1992-1994 durante il periodo dell'operazione Restore Hope, guidata dagli Stati Uniti. Nel 1993, diversi giornalisti e soldati italiani hanno affermato che le forze di pace italiane delle Nazioni Unite in Somalia stavano picchiando e torturando i prigionieri. Testimoni hanno detto che i somali venivano tenuti legati al sole cocente senza acqua né cibo, le piante dei loro piedi venivano bruciate con le sigarette e gettate nel filo spinato. Attivisti somali per i diritti umani hanno rilasciato dichiarazioni simili. Così, la rivista italiana "Panorama" ha ottenuto alcune foto scattate dagli stessi italiani. In uno di essi, una donna somala legata a un carro armato viene violentata con un lanciarazzi. In un'altra foto, i soldati legano degli elettrodi alle mani e ai genitali di un somalo. Nel 1997 il governo italiano ha annunciato l'avvio di un'indagine interna. Il ministero della Difesa ha istituito una commissione governativa presieduta dall'ex presidente della Corte costituzionale Ettore Gallo. La commissione non ha visitato la Somalia, limitandosi a intervistare 141 persone (tra cui solo pochi somali). Il rapporto della commissione ha preso in esame otto episodi, di cui solo tre sono stati definiti "credibili": torture con scosse elettriche e due episodi di stupro di gruppo di donne somale da parte di soldati italiani. Questi tre casi sono stati oggetto di un'indagine giudiziaria. I giornalisti hanno accusato il generale Bruno Loi, comandante del contingente di pace italiano, di aver cercato di nascondere i crimini dei suoi subordinati. Uno dei giornalisti che ha fornito la prova generale dei crimini è stato presto ucciso. 

Fonte: https://it.wiki7.org

 


 

(..) A differenza delle torture in Iraq, denunciate dall’esercito americano e oggetto di un’inchiesta militare tre mesi prima che la Abc mostrasse le foto, le torture italiane in Somalia sono state scoperte dalla stampa e le inchieste che seguirono non hanno portato a nulla. Nessuno è stato condannato, nessuno è stato allontanato, nessuno è stato punito. A ricordare la campagna di Panorama è l’allora vicedirettore Umberto Brindani, oggi direttore del settimanale Gente: "Nel giugno del 1997 si presentò a Panorama una agenzia fotografica pugliese che ci mostrò l’immagine di un ragazzo somalo nudo e sdraiato per terra, al quale alcuni soldati italiani avevano legato mani e genitali agli elettrodi. Accertammo la veridicità e pubblicammo la foto". Panorama non sparò lo scoop in copertina: "Fin dall’inizio non abbiamo ceduto al sensazionalismo delle immagini", dice Brindani. Una scelta che accompagnò tutta la campagna, tanto che nel mezzo del caos successivo, quando tutti si aspettavano chissà quale altra copertina shock, Panorama uscì con una cover sul centenario dello scrittore Robert Louis Stevenson, dal titolo "Ritorno all’isola del tesoro". Al tempo della pubblicazione delle fotografie il governo era guidato da Romano Prodi e il ministro della Difesa era Beniamino Andreatta. Ma, a differenza di quanto ha scritto recentemente Claudio Rinaldi sull’Espresso, non fu una campagna para-berlusconiana contro il governo dell’Ulivo in carica, per un motivo molto semplice: la missione Ibis nacque e si concluse prima ancora della nascita dell’Ulivo (1992-94). Il governo dell’Ulivo, invece, avviò inchieste e commissioni di indagini ("formalmente fu ineccepibile", dice Brindani) eppure tutto finì "a tarallucci e vino", come scrissero gli imbarazzati giornali della sinistra a insabbiamento realizzato. A quella prima fotografia ne seguirono altre. La più orribile fu quella dello stupro di gruppo di una donna somala. La foto mostrava alcuni soldati italiani che introducevano una bomba illuminante cosparsa di marmellata nella vagina della ragazza. "Anche in questo caso non sbattemmo la foto in prima pagina. La copertina di quel numero era completamente nera, salvo il titolo ‘Le nuove foto della vergogna’. Facemmo tutte le verifiche, compreso un terzo grado all’autore della foto, Stefano Valsecchi, che durò fino alle tre del mattino." (..)

Fonte: https://www.linkiesta.it

 


Lo stupro di una donna somala da parte di militari italiani, foto trovata presso: https://www.labottegadelbarbieri.org

 

La crisi in Somalia e gli aiuti umanitari.

Era il 1991 quando la Somalia cadde nel caos: dopo la cacciata del dittatore Siad Barre, il paese si era nuovamente frammentato nelle antiche fazioni tribali. In poco tempo la Somalia si era trovata spaccata in due: chi sosteneva il presidente provvisorio Ali Mahdi e chi il capo militare Farah Aidid. La guerra civile non ci mise molto a scoppiare e già l’anno successivo, nel 1992, la situazione era diventata insostenibile. I combattimenti stavano ledendo le già precarie attività economiche del paese, la fame colpiva imperterrita la popolazione e le violenze dilagavano: il mondo era di fronte ad un emergenza umanitaria di proporzioni preoccupanti. Tanto serie erano le condizione che la comunità internazionale decise di portare il proprio sostegno alla popolazione somala, compreso nella forma di aiuti militari. Le prime truppe ad arrivare furono quelle americane di George Bush, con la missione ‘Restore Hope’. In seguito altri paesi ONU mandarono i propri soldati: fra loro c’erano anche i paracadutisti della Folgore Italiana, con la missione ‘UNSOM-2’. Il peggio però, forse, doveva ancora arrivare. Dopo i tentativi di pace di Addis Abeba, nei quali si era deciso per il completo disarmo di entrambe le fazioni somale. I capi di milizia però si ribellarono fortemente a questa decisione, schierandosi in blocco contro i soldati internazionali che erano inizialmente arrivati per prestare aiuto. Da quel momento le tensioni si ingigantirono: agguati, nemici dovunque e grande stress fisico e psicologico. Gli italiani iniziarono ad operare in una nuova missione internazionale denominata ‘Ibis’, ma l’accoglienza non fu per nulla calorosa: i ricordi dei vecchi coloni ancora disturbavano la mente dei somali, che vedevano nei nostri soldati dei nuovi ‘conquistadores’. Fu in questo clima di grandi tensioni che si verificano gli episodi agghiaccianti che verranno riportati da Panorama solo nel 1997: torture con elettrodi, stupri di gruppo con uso di bombe, pestaggi di donne e bambini.

La Folgore e l’orrore.
Le testimoni principali sono le fotografie scattate da alcuni soldati di stanza in Somalia con la Folgore: Stefano Valsecchi (ex paracadutista) e Michele Patruno (ex caporale). Il primo, in un’intervista con Panorama, rivelò l’episodio stomachevole di quando alcuni soldati della Folgore stuprarono una ragazza somala legandola ad un carro armato, con le gambe divaricate, inserendole una bomba illuminante cosparsa di marmellata nella vagina. Il tutto in un’atmosfera in cui i militari italiani ridevano e scherzavano. “C’era tanto casino” rivela Valsecchi. “Più che un gioco era fare un qualcosa, un sentirsi grandi. Era stare nel gruppo“. Aggiunse in seguito: “E queste torture le hanno fatte tutti perché in Somalia non eravamo più noi stessi. Passi da un mondo civile a un mondo incivile: non trovi più il sabato e la domenica, non mangi più, non dormi più“. Le foto riportate da Patruno invece mostrano come un ragazzo somalo venga torturato mediante scariche elettriche attraverso degli elettrodi che, anche qui, colpivano direttamente gli organi genitali. Il tutto, a quanto pare, sotto gli sguardi degli ufficiali che, a volte, erano pure i primi a partecipare.

Il ‘branco’.
“Se non sei cattivo e affamato è il branco che ti fa fuori” sono le parole dette da Michele Patruno nel documentario ‘La linea sottile’, dove lui racconta della propria esperienza in Somalia. Ne parlava anche Stefano, poco prima, del gruppo. Quello militare è un tipo di legame fortissimo che si viene a creare in momenti di grande stress e difficoltà, ma da cui è molto difficile uscire. Sia Patruno che Valsecchi sostengono che si formassero continuamente dei gruppi, e “quando gli ufficiali volevano divertirsi, tutta la banda gli andava dietro”. Stefano, in una lettera spedita a casa, rivelò di sapere che ciò che stava succedendo era un male: “Quelle urla mi arrivavano al cuore e volevo fare qualcosa […] Me le ricorderò sempre quelle urla e pensa che in mezzo a quelle persone c’era anche l’ufficiale di servizio. Comunque ho osato fare delle fotografie a quello ‘schifo’ che ho in mente”. Eppure, il piccolo atto di ribellione si ferma qui, in nessun altro modo Stefano mette in discussione i suoi ‘colleghi’, se non dopo essere tornato a casa, in Italia, a distanza di ben 4 anni dall’accaduto. Questo rinunciare ai propri ideali per adeguarsi al modo di veder prevalente si chiama ‘conformismo’ e può diventare estremamente pericoloso se abbinato ad un altro fenomeno: il ‘rambismo’. Esso è quel tipo di atteggiamento assunto da chi reca violenza indiscriminata con una punta di narcisismo verso se stesso e le proprie azioni.

Essere soli o non essere soli.
Ma perché non ci isoliamo dal gruppo, se non siamo d’accordo con esso? Baumeister e Leary, due psicologi sociali, hanno ipotizzato che gli esseri umani abbiano un bisogno connaturato di appartenere. “Un istinto pervasivo a formare e mantenere almeno una minima quantità di relazioni interpersonali durevoli, positive e significative”. Secondo la teoria evoluzionistica, la predisposizione a vivere in gruppo si è sviluppata perché funzionale alla sopravvivenza dell’individuo. Al giorno d’oggi non avremmo più bisogno di stare insieme per sopravvivere, ma ci rimane il retaggio di una forma mentis che ci accompagna da migliaia di anni. Per questo siamo terrorizzati di poter essere esclusi, e di conseguenza ci adattiamo anche a quelle idee del gruppo alle le quali, di nostra spontanea volontà, non aderiremmo.  Durante l’esperimento del ‘Lancio della Palla‘ lo studioso Williams scoprì come essere esclusi provocasse nelle persone sentimenti di ansia e nervosismo, mentre i giocatori inclusi rimanevano amichevoli e pacifici. Le possibili reazioni ad un fenomeno di esclusione sono due: ‘fight or flight response’, ovvero l’affrontare direttamente i membri del gruppo per forzare la propria appartenenza, diventando più competitivi, oppure, in alternativa, scappare. L’altra opzione è ‘tend and befriend response’, che consiste nel conformarsi al gruppo mostrandosi amichevoli e in accordo con le opinioni generali. Non c’è dubbio su quale delle due sia stata adottata in Somalia e quale invece sarebbe stata la risposta migliore. La dinamica del gruppo e il rambismo, uniti alla discriminazione razziale verso gli africani, hanno portato a ingiustificabili distruzioni di abitazioni, violenze e abusi che il popolo italiano, scioccato dai propri figli, fratelli, padri, ha insabbiato. I processi contro i responsabili di queste azioni sono decaduti. Solo uno degli ex sottufficiali, Valerio Ercole, ottenne una pena di un anno perché identificato come l’uomo che aveva posto gli elettrodi sui testicoli del ragazzo somalo nelle foto di Patruno. Gli altri colpevoli sono rimasti a piede libero e ora girano nelle strade come se nulla fosse successo. Chi ha avuto il coraggio di dimenticare e, soprattutto, chi avrà la forza di ricordare?

Fonte: https://www.ilsuperuovo.it

 


 

ROMA - Scariche elettriche ai genitali, violenze fisiche e psicologiche, perfino la distruzione gratuita delle abitazioni: la missione dei soldati italiani in Somalia all' inizio degli anni '90 si tinge di nero. Già quattro anni orsono i parà erano stati accusati di aver torturato prigionieri somali, accuse regolarmente smentite dalle autorità politiche e militari. Ora, per la prima volta, c' è un testimone che parla in pubblico, mostra delle foto e racconta di orrori e prevaricazioni commesse all' ombra della bandiera azzurra dell'Onu. Si chiama Michele Patruno, nel 1993 era caporalmaggiore del 185 reggimento paracadutisti e oggi il settimanale Panorama pubblica il suo racconto e le sue impressionanti fotografie. Tra le altre spicca quella di un somalo nudo, con alcuni militari italiani che applicano fili elettrici ai genitali del prigioniero. "Prima" - spiega Patruno - "si era pensato alle mani, ma su consiglio di un ufficiale medico si sarebbe passati ai testicoli perché contengono liquidi e conducono meglio la corrente". Le persone torturate "morivano, anche perché debilitate fisicamente", dice l' ex graduato che però, in questo caso, riferisce racconti di altri. Agli interrogatori - aggiunge Patruno al settimanale - partecipavano sempre anche graduati e il comando italiano era a conoscenza di questi episodi. Patruno aveva fatto lo stesso racconto due mesi fa alla "Gazzetta del Mezzogiorno", ma il quotidiano pugliese lo aveva identificato solo con le iniziali. L'ex parà, che ora fa il rappresentante di commercio, dice di essere stato di stanza nei campi di Joar e di Balad per sei mesi nel 1993. Allora la 'Folgore' faceva parte con il contingente italiano alla operazione 'Restore Hope' delle Nazioni Unite in Somalia. Ecco la sua storia come fu pubblicata il 21 aprile: "Ho visto gente torturata con scariche elettriche ai testicoli, lasciata al sole senza acqua o lanciata contro il filo spinato americano che è fatto tutto a piccole lame. Altri parà usavano farsi fotografare quando tenevano un piede sulla testa dei torturati. Trascorrevamo il tempo anche a schiacciare grosse tartarughe passandoci sopra con i camion. Il tutto senza che mai un solo graduato intervenisse. In alcuni campi erano ben visibili stemmi e gagliardetti fascisti e all'alzabandiera molti, compresi gli ufficiali, facevano il saluto romano". Patruno parla anche di episodi di vera e propria rappresaglia, di villaggi e abitazioni distrutte: "Ho contribuito a distruggerne parecchi quando non ve n'era neppure bisogno, lo stesso per l' abitazione a Mogadiscio di un uomo che aveva un proiettile calibro 7.62 e mi scongiurò di non nuocergli perché amava gli italiani e suo figlio era cadetto a Modena. Niente da fare, la casa la buttammo giù. Senza motivo, per pura cattiveria". Descritte così sono scene analoghe a quelle che a metà degli anni Sessanta scossero la coscienza del pubblico americano quando la Cbs trasmise le immagini di soldati americani che bruciavano un villaggio vietnamita. Le dichiarazioni di Patruno sono cadute come una bomba sul ministero della Difesa impegnato nella difficile operazione militare in Albania dove è impegnata anche la brigata Folgore. Il sottosegretario Massimo Brutti ha rivelato di aver inviato a suo tempo una copia dell' articolo della Gazzetta al procuratore militare di Roma, Antonino Intelisano. Ma ora, dice, sarà necessaria anche una inchiesta interna alle Forze armate, "chi ha commesso atti così efferati deve essere perseguito con la giusta severità". Intelisano, per la verità aveva già aperto un fascicolo e aveva tentato alcuni accertamenti, ma ad aprile le dichiarazioni erano anonime e le foto non erano state pubblicate. La procura aveva aperto un' altra inchiesta nel '93, quando il settimanale Epoca pubblicò le foto di alcuni militari italiani con prigionieri somali incappucciati e 'incaprettati', con mani e piedi legati insieme. I militari si affrettarono a smentire qualsiasi tortura: "Ci avevano sparato addosso" - spiegò il generale Bruno Loi, allora comandante italiano in Somalia e ora comandante dell' Accademia di Modena - "li abbiamo fermati e legati e portati al campo per l' interrogatorio. Erano incappucciati perché non volevamo che vedessero come siamo organizzati". L' inchiesta interna delle Forze armate concluse che c' era stato in effetti "un eccesso di metodi costrittivi", metodi che tuttavia rientravano nelle regole d'ingaggio delle Nazioni Unite. I portavoci militari ieri erano estremamente prudenti. Ma gli ex comandanti sparavano a tiro incrociato su Patruno: "Mi sembrano follie. All'epoca ero a Palazzo Chigi e non ho mai sentito balle del genere", ha detto Pietro Giannattasio, ora deputato di Forza Italia e allora consigliere militare del presidente del Consiglio; gli ha fatto eco Domenico Corcione, allora capo di Stato maggiore della Difesa: "Sono sorpreso, mi sento di escludere qualsiasi forma di maltrattamento dei nostri soldati nei confronti di prigionieri somali. Sono inimmaginabili". Con singolare coincidenza proprio ieri fonti somale hanno fatto sapere che un giudice del tribunale islamico di Mogadiscio nord, ha emesso l'equivalente di un mandato di comparizione per Loi, il suo predecessore Giampiero Rossi e il suo successore Carmine Fiore, accusati di aver ordinato o tollerato che i loro sottoposti si macchiassero di torture, esecuzioni sommarie e distruzioni di proprietà. La denuncia sarebbe stata consegnata nei giorni scorsi all'ambasciatore Giuseppe Cassini, inviato speciale per la Somalia. Ma fonti di Mogadiscio hanno fatto notare all'Ansa la possibilità che si tratti di un tentativo di mettere in cattiva luce la mediazione italiana in corso tra le fazioni somale.

Fonte: https://ricerca.repubblica.it

 

 

 

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