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Intercettare la vita aliena sugli esopianeti è davvero molto difficile in quanto questi oggetti astronomici sostanzialmente non sono direttamente visibili, almeno per il momento. Bioastronomi di tutto il mondo stanno dunque cercando, da quando è esploso il numero di pianeti extrasolari scoperti, sempre nuovi metodi per trovare il modo di intercettare la presenza di vita in questi lontani mondi. Questi nuovi approcci vanno alla ricerca delle cosiddette “biofirme” (biosignatures), segnali che possono confermare la presenza di vita o perlomeno indirizzare i ricercatori verso un percorso di ricerca ottimale. Uno dei metodi principali attualmente utilizzati è quello di studiare l’atmosfera degli esopianeti per cercare quei gas che risulterebbero forti indizi per la presenza di vita (ad esempio anidride carbonica, azoto e ossigeno). La vita, infatti, può avere un forte impatto sulla composizione dell’atmosfera di un pianeta come è avvenuto sulla Terra, con la presenza dell’ossigeno. Attualmente però questo metodo è abbastanza difficile da utilizzare, in quanto non è ancora possibile studiare in maniera diretta la composizione chimica dell’atmosfera con gli strumenti che oggi possediamo. Secondo un nuovo studio, apparso su Astrobiology, è possibile capire se su un esopianeta ci siano buone possibilità di esistenza di vita analizzando i materiali conseguenti agli impatti di asteroidi e comete sul pianeta stesso. Dopo questi impatti, infatti, risulta più facile studiare il materiale che viene spinto al di fuori dell’atmosfera del pianeta a seguito degli impatti, materiale che poi, essendo relativamente leggero, resta in orbita intorno al pianeta. In particolare, secondo Gianni Cataldi, un ricercatore del Centro di astrobiologia dell’Università di Stoccolma ed autore dello studio, è possibile esaminare quei minerali che possono essere influenzati dalla presenza di vita. Questa influenza da parte della vita si può verificare in due modi: in maniera indiretta, sostanzialmente consentendo la formazione di nuovi minerali, ed in maniera diretta, con la produzione di minerali derivanti da scheletri e gusci, per esempio. Il metodo si rivelerebbe poi altamente utile per quegli esopianeti più piccoli, oggetti per i quali esaminare la composizione atmosferica risulta ancora più difficile.

 

Fonte e link: https://notiziescientifiche.it

 

 

 

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