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Dopo gli ultimi attentati di Parigi, il nostro ministro degli Interni Angelino Alfano ha parlato dei rischi per la sicurezza derivanti da attacchi condotti per mezzo di droni, in special modo a Roma durante il prossimo Giubileo:

Una particolare attenzione viene dedicata al rischio che l’attacco terroristico possa essere portato dall’alto utilizzando anche dispositivi aerei a pilotaggio remoto, meglio conosciuti come droni – ha affermato Alfano.

Ricordiamo come già nel 2013, durante un comizio, la cancelliera Angela Merkel si sia trovata a tu per tu con un drone non identificato, che poi è atterrato a pochissimi metri dal palco. In quel caso il drone aveva solo una telecamera, ma la sua presenza ha colto tutti di sorpresa. All’inizio di quest’anno poi a Washington D.C. un appassionato di droni è riuscito a farne atterrare uno addirittura dentro i giardini della Casa Bianca, scatenando ovviamente la reazione del servizio segreto.

I droni oggi sono alla portata di tutti, si trovano nei supermercati a meno di 50 Euro, mentre quelli da appassionati possono costare fino a 1.500 Euro. Quello degli APR (Aeromobili a Pilotaggio Remoto) per uso civile è un mercato in forte espansione, nel solo 2015 si prevede una vendita globale di 425.000 unità, mentre nel 2021 il settore potrebbe fatturare complessivamente 4,8 miliardi di dollari. I droni commerciali sono facili da reperire, relativamente facili da pilotare, possono essere adattati per trasportare pesi e volano a un’altitudine estremamente bassa. Un incubo per chi finora aveva inteso la protezione dello spazio aereo come un compito da condurre attraverso il lancio di missili intercettori.

Il primo compito di un’operazione anti-APR sta nell’individuare il drone, questa fase si chiama STA, Surveillance and Target Acquisition. Benché piccoli, i mini-droni non sono invisibili ai radar, ed emettono segnali termici dal motore ed acustici dalle eliche. Possono inoltre essere individuati attraverso contromisure elettroniche che captano il link video o di comando e controllo, consentendo in molti casi di determinare anche la posizione del pilota.

Una volta individuato il drone è possibile tracciarlo e, in caso, attaccarlo interferendo con il suo funzionamento. Le contromisure cinetiche tuttavia (stiamo parlando in buona sostanza di missili) sono quasi sempre da escludere. I possibili danni derivanti dal lanciare un missile a bassa quota su un centro abitato sono facilmente immaginabili. Esistono però alternative più mirate e proporzionate.

I droni commerciali, visti i costi e la produzione di massa, sono generalmente costruiti con componenti standard. Le frequenze tipiche per il controllo remoto e il link video sono sempre le stesse: 433MHz, 900-915 MHz, 1,3 GHz, 2,4 GHz e 5,8 GHz. Con queste informazioni non è difficile mettere in atto contromisure di jamming che interrompano il collegamento radio fra il drone e il pilota. Inoltre, poiché alcuni droni sono dotati di un dispositivo GPS e di una funzione “return to home” che si attiva automaticamente nel caso si interrompa il collegamento, sarebbe anche possibile seguire il drone che fa ritorno alla base, scoprendo quindi il punto da cui è stato lanciato (e – con esso – probabilmente il pilota).

Alcune aziende hanno già sviluppato apparati che difendono dai mini-droni, con soluzioni che fanno uso di termo-camere ad alta definizione e di attacchi elettronici mirati che riescono a intercettare i droni, prendendone poi il controllo e facendoli atterrare in maniera sicura.

Le contromisure esistono, anche se ora vanno provate in azione e in situazioni non sempre ottimali. Come ad esempio un drone con un payload sospetto che vola sopra una folla, oppure un drone che sfrutta barriere come alberi o monumenti per evitare di essere intercettato. Il pericolo è relativamente recente e resta da vedere come sarà affrontato in situazioni di emergenza.


Fonte: http://blog.eset.it

 


 

 

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