Rappresentazione artistica della sonda a vela solare spinta dai laser, come previsto dal progetto.

 

Chi ha detto che non possiamo raggiungere la stella Proxima Centauri e il suo pianeta potenzialmente abitabile, Proxima b? In realtà esiste una missione già pensata, ma richiede un sacco di tempo per essere realizzata. Almeno quarant’anni, secondo le previsioni. Praticamente una vita intera. Eppure, tanto basta per passare dalla fantascienza alla scienza vera e propria.

Proxima Centauri è lontana dalla Terra 1.3 parsec, o 4.22 anni luce. Attorno alla stella ruota Proxima b, un pianeta che è stato scoperto ad agosto 2016 e che, per varie caratteristiche, come le dimensioni e la posizione nella cosiddetta “zona abitabile”, potrebbe favorire o addirittura ospitare la vita.

L’idea di una missione che consenta di raggiungere un’altra stella fuori dal Sistema Solare è nata qualche mese prima che fosse scoperto l’esopianeta più vicino a noi. Il progetto, pensato da un gruppo di scienziati e miliardari come Yuri Milner, il fondatore, si chiama Breakthrough Starshot. Dopo la scoperta di una potenziale Terra gemella come Proxima b, tra gli organizzatori è aumentato l’entusiasmo e la missione si è arricchita di particolari.

Certo, per quanto possibile, il progetto rappresenta una sfida apparentemente insormontabile. Ci sono infatti alcuni ostacoli talmente grandi che fanno impallidire. Innanzitutto, la distanza da coprire è circa 2000 volte più lunga di quanto non sia riuscito a spingersi nessun oggetto umano lanciato finora nello spazio. In secondo luogo, per completare la missione nell’arco di una vita, la navicella da lanciare dovrebbe correre ad almeno un quinto della velocità della luce. Il che significa impiegare 20 anni per arrivare a destinazione.

A quel punto, viaggiando a circa 60mila chilometri al secondo, la sonda raccoglierebbe dati che, una volta inviati, impiegherebbero esattamente 4 anni a raggiungere la Terra. Ora, considerando che per lanciare la sonda ci vorranno almeno altri 20 anni, ecco che da oggi all’ipotetico arrivo passerebbero come minimo 40 anni.

Ma come si può raggiungere una velocità di 60mila chilometri orari senza consumare una quantità impossibile di propellente? La sonda sarebbe piccolissima, praticamente un chip largo poco più di un centimetro, e sarebbe rivestita da una vela solare larga qualche metro, dalla forma circolare o quadrata. La vela solare è una struttura che permette a una sonda di essere spinta dalle radiazioni solari, che però non sono sufficienti per dare abbastanza velocità al chip che dovrà arrivare a Proxima Centauri. Ecco, allora, l’idea di sostituire le radiazioni solari con la luce laser emessa da potenti trasmettitori installati sulla Terra. Il laser “soffierebbe” sulla sonda che, proprio per garantire l’effetto vela solare, dovrebbe essere leggerissima.

Se tutto andasse come deve andare, e venisse quindi raggiunta la velocità di viaggio necessaria, inizierebbero i veri guai. Ci vorrebbero cinque mesi per arrivare alla Nube di Oort, lo strato fatto di miliardi di oggetti ghiacciati – come le comete – che circonda interamente il Sistema Solare, e sarebbero necessari 7.5 anni per uscirne fuori, ma non è detto che la sonda non venga distrutta da una cometa. A quel punto, passerebbero altri 13.5 anni di viaggio, durante i quali la navicella sarebbe esposta ai raggi cosmici e all’infinità di particelle ad alta energia che incombono nello spazio interstellare. Superato quell’ultimo ostacolo, forse per il 2060 inizierebbe la rapida osservazione – che durerebbe appena due ore! – di Proxima Centauri e dell’esopianeta Proxima b.

Il problema principale resta la velocità. Il primo passo è realizzare un prototipo che permetta di viaggiare fino a 1.000 chilometri al secondo, cioè meno del 2% della velocità pianificata, per un costo che va dai 500 milioni al miliardo di dollari. Lo sforzo complessivo è stimato intorno a 10 miliardi di dollari, ma la cifra è destinata a salire.

 

Fonte: http://www.flyorbitnews.com

 

 

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